PRIVACY

ADAMS E WHEREABOUT: LA LOTTA AL DOPING GIUSTIFICA UNA COMPRESSIONE DELLA PRIVACY DELL’ATLETA? (seconda parte)

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Foto di Cristian C

Il 9 febbraio 2016 è iniziato il processo a carico di 26 atleti della Fidal (Federazione Italiana Atletica Leggera) deferiti[1] per “eluso controllo”, nell’ambito dell’indagine “Olimpia” condotta dai Nas-Ros dei carabinieri di Trento su mandato della procura di Bolzano,  in conseguenza della violazione degli art. 2.3 e 2.4[2] del nuovo Codice mondiale antidoping.

Il 1° gennaio 2015 è entrato in vigore il nuovo Codice mondiale antidoping. Tra le  novità introdotte dal nuovo Codice  c’è quella relativa al sistema dei controlli fuori competizione possibili grazie all informazioni fornite sui c.d. “whereabouts”.

Nella prima parte del precedente articolo abbiamo descritto il funzionamento e le vicende che il software ADAMS ha dovuto affrontare per poter divenire operativo anche in Italia.

In questa seconda parte cercheremo di descrivere in cosa consistono i c.d. whereabouts  e  perché l’introduzione di questo modulo sia fin da subito stato oggetto di forti polemiche sia da parte degli atleti che da parte delle federazioni sportive  tanto nazionali quanto internazionali.

La stessa organizzazione mondiale antidoping li definisce come ” quelle informazioni fornite, da un numero limitato di atleti riguardo alla loro reperibilità, alle rispettive federazioni di appartenenza o all’organizzazione nazionale antidoping[3]“.

Non tutti gli atleti sono obbligati a compilare il modulo dei whereabouts, spetta infatti a ciascuna federazione sportiva nazionale fornire l’elenco di quegli atleti di élite[4] che saranno inseriti nell’RTP program di cui si è detto nel primo lavoro.

Ogni trimestre l’atleta deve compilare il modulo whereabouts  individuale F57[5] personalmente , o a mezzo di proprio delegato, e spedirlo in via telematica al Coni e alla NADO (l’agenzia antidoping italiana) almeno dieci giorni prima del trimestre cui il modulo fa riferimento. Ogni modifica successiva delle informazioni fornite deve essere tempestivamente comunicata entro e non oltre un’ora prima dell’inizio del periodo di reperibilità di 60 minuti.

L’atleta che  non si rende disponibile per i controlli nel giorno e nell’ora indicati o  manca di comunicare eventuali modifiche si rende responsabile di “Controllo mancato” (art. 2.3.), mentre colui che ometta di comunicare trimestralmente le informazioni richieste sul luogo di permanenza pone in essere una condotta di “Mancata reperibilità (art. 2.4.).

Sempre a cadenza trimestrale deve essere compilato anche il modulo whereabouts di squadra che però è incentrato principalmente  sulla reperibilità in ordine alla sede di allenamento.

L’atleta deve dunque essere sempre reperibile nell’arco di tutto l’anno da intendersi non solo come periodo di competizioni ma tutti e 365 i giorni dell’anno, festività comprese.

Si tratta, come è facile osservare, di una normativa assai rigida che inoltre, paradossalmente, arriva quasi a porre sullo stesso piano l’atleta che manchi di presentare informazioni utili sulla reperibilità a quello che non si presenti (quando convocato) o manometta o tenti di manomettere un controllo antidoping[6]; in entrambe le fattispecie infatti la sanzione, salvo circostanze aggravanti o attenuanti, è sempre di due anni di squalifica.

Tale regolamentazione è stata definita da molti atleti come invasiva e non sono mancate le critiche anche dalle federazioni internazionali.[7]

Si può inoltre osservare come un indiscriminato utilizzo del sistema dei wherabouts sia in grado anche di ledere l’immagine, oltreché naturalmente la riservatezza dell’atleta.

Se si pensa ai numerosi controlli avvenuti in stanze d’albergo nel pieno della notte nei confronti di ciclisti ad esempio, e che tali controlli si siano poi risolti in un riscontro di negatività sui campioni ematici dell’atleta, non può di certo dirsi che l’immagine e la privacy dello stesso siano state giustamente sacrificate in favore di un superiore interesse pubblico.

Ciò detto bisogna  ora capire entro che limiti l’esigenza di garantire una competizione “pulita” possa limitare i diritti fondamentali e la dignità umana di ciascun atleta.

Considerando la nostra legislazione tale normativa pare porsi in contrasto, a ben vedere, con gli artt. 2,3,10,13 e 14 della Carta Costituzionale i quali sono rivolti alla tutela dell’inviolabilità della libertà personale e del domicilio[8] e dunque il whereabouts system andrebbe quantomeno rivisto da questo punto di vista poiché risulta necessario mantenere un livello di equilibro tra gli interessi in gioco.

Anche relativamente al diritto comunitario è possibile sollevare alcuni dubbi sulla piena legittimità del sistema dei whereabouts.

Avendo riguardo infatti all’art. 2 della c.d. Direttiva privacy (n.95/46/CE), la quale ha l’obiettivo di tutelare i diritti e le libertà fondamentali in relazione alla vita privata di ciascuna persona, si evince chiaramente come tra i soggetti protetti vi siano anche gli atleti.

I dati personali dell’atleta sarebbero da questi forniti in modo “non libero”  poiché è la WADA stessa a imporre ad essi di fornire le informazioni. La mancata comunicazione comporta, come detto precedentemente, una sanzione e da ciò nascerebbe un consenso non libero e consapevole.[9]  A questo deve aggiungersi anche che la tutela della vita privata risulta essere compromessa se si pensa che in qualunque momento e in qualunque luogo l’atleta possa essere oggetto di controlli antidoping (seppur, va detto che i protocolli attuativi della WADA prevedono una fascia oraria entro cui i controlli possono essere effettuati)[10].

Secondo parte della dottrina[11] inoltre l’invasività dei whereabouts si riverbererebbe anche in materia di libera circolazione dei lavoratori di cui all’art 39 TUE poiché l’obbligo di riportare nei moduli un’ eventuale spostamento dal luogo abituale indicato per potere ad esempio rispondere ad offerte di lavoro, potrebbe portare ad una autolimitazione degli spostamenti stessi per evitare di incorrere in sanzioni.

Alla luce delle riflessioni sin qui esposte è possibile trarre alcune considerazioni conclusive.

Circa il sistema ADAMS non v’è dubbio alcuno che l’aiuto della tecnologia nella lotta al doping sia di apporto assolutamente fondamentale, ma questo, come peraltro ha osservato il Garante nel già citato provvedimento del 2014, deve avvenire nel rispetto dei dati personali degli atleti e l’inoltro di questi a soggetti esterni alle organizzazioni anzidette deve avvenire solo e soltanto in casi tassativi e residuali.

Per ciò che attiene al whereabouts system sarebbe auspicabile un intervento regolamentare chiaro e diretto anche e soprattutto a livello comunitario poiché il recepimento della normativa WADA è differente in ciascuno stato membro dell’Unione Europea.

Non resta dunque che attendere una risposta dalle istituzioni europee e da quelle nazionali per capire se la lotta al doping proseguirà in questa direzione o, se, si possa trovare una via più efficace e meno invasiva per la vita degli atleti.


 

[1] Per precisione si segnala come il deferimento in ambito sportivo sia l’equivalente del rinvio a giudizio in campo penale.

[2] Art. 2.3 : “Eludere, rifiutarsi od omettere di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici“. Eludere il prelievo dei campioni biologici, ovvero, senza giustificato motivo, rifiutarsi di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici previa notifica, in conformità alla normativa antidoping applicabile. Ai sensi dell’art. 4.3.1 la squalifica è di 4 anni

Art. 2.4: “Mancata reperibilità” . Violazione delle condizioni previste per gli Atleti che devono sottoporsi ai controlli fuori competizione, incluse la mancata presentazione di informazioni utili sulla reperibilità e la mancata esecuzione di test in base a quanto previsto dal D-CI. Ogni combinazione di tre mancati controlli e/o omesse comunicazioni entro un periodo di dodici mesi, accertata dalle Organizzazioni antidoping aventi giurisdizione sull’Atleta, costituirà violazione delle NSA. La squalifica sarà di 2 anni.

[3]  Art. 14.3 Codice Mondiale Antidoping : ” information provided by a limited number of top elite athletes about their location to the International Sport Federetion (IF) or National Anti-Doping Organization (NADO)“.

[4] Ad esempio fanno parte di tali liste gli atleti appartenenti al Club Olimpico, gli atleti membri di squadre professionistiche delle massime serie di categoria (Serie A, B, Lega Pro), tennisti, cestisti, ciclisti…

[5] Le informazioni in questione sono nome, cognome,nazionalità, sesso, Federazione di appartenenza, indirizzo di residenza abituale, recapito telefonico e il contatto mail. Oltre a questo l’atleta deve fornire l’indirizzo del luogo in cui svolge regolare attività per almeno 4 ore al giorno (nella prassi il luogo di allenamento).

[6]  Art. 2.5 :” Manomissione o tentata manomissione in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping“.

[7] A titolo esemplificativo la netta bocciatura della WADA circa la richiesta della FIFA di lasciare “liberi” dai test antidoping gli atleti durante i periodi di vacanza ai fini di rispettare la loro privacy. La stessa richiesta era stata formulata anche dall’ UEFA per voce del Presidente Michel Platini ma anch’essa venne respinta dai vertici dell’Organizzazione Mondiale Antidoping (WADA)

[8]  Francesca D’Urzo in “la dubbia legittimità del whereabouts system elaborato dal codice Wada”, REDS, 2012, pag.90.

[9] Il caso Meca-Medina tenendo conto del diritto comunitario e nello specifico gli artt. 81e 82 CE metterebbe gli stessi punti normativi in contrasto con il Codice WADA che impone sanzioni agli atleti che si rifiutino di adempiere gli obblighi imposti dal whereabouts  system.

[10] La fascia oraria indicata è 07.00 a.m. – 10.00 p.m.

[11] Francesca D’Urzo in “la dubbia legittimità del whereabouts system elaborato dal codice Wada”, REDS, 2012, pag. 94.

Info sull'Autore

Alessandro Mazzucato

Avvocato del foro di Padova. Mi occupo di diritto civile e diritto dello sport.

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