PRIVACY

ADAMS E WHEREABOUT: LA LOTTA AL DOPING GIUSTIFICA UNA COMPRESSIONE DELLA PRIVACY DELL’ATLETA? (prima parte)

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Il 2016 sarà l’anno in cui diventerà operativa la versione 3.0 del Antidoping Administrations and Management System (ADAMS) ultima novità introdotta dall’organizzazione mondiale antidoping (WADA) per combattere un fenomeno sempre più inquinante della prestazione sportiva : il ricorso a sostanze illecite per aumentare le performance atletiche.

Foto di Jens Finke

Dal “primo” caso di doping noto al grande pubblico del 1960[1]  sono passati più di cinquant’anni,  ma solo nell’ ultimo ventennio si può veramente parlare di contrasto al doping.  I continui sviluppi nel campo della ricerca  hanno certamente frenato l’uso di moltissime sostanze ma la rincorsa della WADA[2] è diretta ad un sempre maggior numero di controlli e riconoscimento di sostanze dopanti.

Uno degli sport maggiormente danneggiato dagli innumerevoli casi di doping degli ultimi vent’anni è certamente il ciclismo.

Per tentare di dare una risposta in tal senso nel 2005 un gruppo di medici della WADA ha sviluppato il software ADAMS (Antidoping Administration and Management System) il quale è divenuto operativo dal 2007 nel mondo delle due ruote.

Si tratta di una banca dati con sede a Montreal (Canada),  la quale opera come centro di informazioni per i controlli antidoping e  il cui utilizzo funge da strumento per la condivisione dei dati da parte delle singole organizzazioni antidoping nazionali relativamente ai dati dell’attività antidoping.

E’ dunque un centro di raccolta dei dati personali di singoli atleti[3] che questi sono obbligati a fornire sia direttamente, sia attraverso le competenti organizzazioni nazionali antidoping e le federazioni sportive di appartenenza sulla base delle regole fissate nel codice mondiale e nei relativi standard[4].

Il periodo di conservazione delle informazioni è di “almeno” 8 anni tranne che per le informazioni sul luogo di permanenza dell’atleta (i c.d. whereabouts), per le quali il periodo di conservazione è di18 mesi.

Non risulta sia stato previsto un periodo di conservazione massimo.

Usando tale software la WADA è convinta, con l’incremento dei test antidoping al di fuori della competizione, di poter colpire in maniera più incisiva l’oscuro mondo delle sostanze proibite grazie al rapido scambio di informazioni tra le singole agenzie nazionali antidoping.

Tale sistema di controlli ha impiegato circa sette anni per trovare piena attuazione nel nostro ordinamento sportivo.

Se è vero infatti che esistono precise disposizioni normative statali in materia di doping[5] altrettanto non può dirsi circa la disciplina dei controlli sui valori ematici degli atleti.

Data la delicatezza del tema il Garante è stato interpellato per verificare la compatibilità del sistema ADAMS (e dei c.d. whereabouts) con le esigenze di tutela dei dati sensibili degli atleti.

Il primo provvedimento reso dal Garante è arrivato il 13 ottobre 2008[6] su sollecitazione dell’Associazione corridori ciclisti professionisti italiani (Accpi) che contestava sia la legittimità di conservazione dei dati sia l’assoluta incompatibilità dei c.d. whereabouts con il diritto alla riservatezza del corridore professionista.

Nel provvedimento il Garante sottolineava come ” il Coni, in quanto soggetto pubblico, può trattare dati personali nell’ambito dell’attività antidoping per lo svolgimento delle proprie finalità istituzionali in materia[…],ma l’informativa predisposta dal Coni, non fornisce indicazioni idonee circa l’effettivo ambito di comunicazione dei dati personali relativi alle attività antidoping e il loro trasferimento all’estero anche attraverso l’utilizzo del sistema Adams. In particolare, dal modello predisposto dal Coni non emergono indicazioni relative al flusso di dati tra le organizzazioni antidoping nazionali e internazionali, le federazioni internazionali e la WADA, nonché all’eventuale trasferimento dei dati anche in Paesi non appartenenti all’Unione europea” concludendo pertanto che “l’informativa fornita dal Coni agli atleti soggetti ai controlli antidoping risulta inidonea e deve essere rivista“.

Veniva dunque contestato al Coni una generale carenza nell’apprestare effettiva tutela ai dati sensibili degli atleti, pur evidenziando come l’importanza dei controlli antidoping stessi e l’utilizzo del software oggetto del presente lavoro risulti di primaria importanza per la salvaguardia dell’interesse pubblico rilevante di tutela sanitaria delle attività sportive che già è disciplinato da norme penali.

Il sistema ADAMS veniva dunque bocciato in quanto non presentava precise ed adeguate garanzie sul trattamento dei dati personali né sul trasferimento dei dati a terzi (WADA) in paesi peraltro non appartenenti all’Unione Europea (vista la sede centrale della banca dati in territorio canadese).

Il Coni è stato dunque invitato a fornire quelle garanzie che sono ritenute necessarie per non ledere i diritti dell’atleta e a ripresentare un quadro regolamentare maggiormente in linea con le osservazioni formulate dal Garante. In particolare il Garante prescriveva al Coni di rendere conformi alle disposizioni vigenti  le norme di comunicazione dei dati, indicando anche, per categoria, i soggetti destinatari e le disposizioni nella circostanza che tali dati vengano trasmessi all’estero.

A ciò si è giunti nel 2014 a seguito del recente provvedimento pronunciato dal Garante su richiesta questa volta del Coni stesso, per poter verificare la conformità delle regole antidoping con la disciplina della privacy.

Con il provvedimento n. 390/2014 l’Autorità riscontra positivamente che: ” gli elementi forniti dal Coni […]sono idonei a fornire un adeguato quadro giuridico per i trattamenti di dati personali, anche sensibili e giudiziari.

Viene inoltre sottolineato come  ” i trasferimenti di dati sensibili o giudiziari risultano indispensabili, per il corretto perseguimento del contrasto al doping, in quanto riconducibili alle finalità di rilevante interesse pubblico, individuate dal Codice antidoping, di applicazione della normativa in materia di sicurezza e salute della popolazione e di promozione dello sport. ”

Questo però non significa “libero” utilizzo dei dati da parte del Coni in quanto il trasferimento potrà essere effettuato verso le organizzazioni antidoping ubicate in paesi anche extra europei, (il riferimento è alla sede centrale della WADA in Canada),  solo per quegli atleti che sono iscritti nel Registred Testing Pool[7] e solo laddove ciò sia necessario per la lotta al doping.

E’ importante sottolineare però come tale parere favorevole pronunciato dal Garante sia dallo stesso definito come “temporaneo” in attesa che venga definito un quadro completo e dettagliato a livello comunitario volto ad assicurare la conformità alla disciplina di protezione dei dati della regolamentazione antidoping fissata nel codice mondiale antidoping e negli standard che lo completano.

Ad oggi tuttavia non vi è ancora stata alcuna risposta a livello europeo in tal senso e dunque non si è ancora in grado di sapere se e quando si potrà parlare di una disciplina antidoping pienamente efficace e che sia, almeno nei concetti di base, uniforme nel continente.

[Leggi la seconda parte QUI]

 


 

[1]  il 26 agosto del 1960 durante la prova Olimpica di ciclismo a Roma il giovane ciclista danese Knud Enemark Jensen morì a seguito di una caduta apparentemente dovuta ad un colpo di calore. L’autopsia rivelò ingenti quantità di anfetamine e di un farmaco stimolante (Ronicol).

[2]  WADA (World Anti-Doping Agency) nata nel 1999 per volontà del Comitato Olimpico Internazionale con sede Montreal (Canada)

[3] L’atleta con il tesseramento o con l’adesione al modello sportivo organizzato, entra a far parte dell’ordinamento sportivo e si assoggetta a tutti i doveri previsti dai regolamenti federali e dal Coni, con particolare riferimento, quindi, anche all’osservanza delle norme statutarie e regolamentari in materia antidoping

[4] In tale banca dati, utilizzata, dalle organizzazioni nazionali antidoping per pianificare e coordinare i controlli, vengono inseriti i dati identificativi e altri dati relativi all’atleta (quali ad esempio, lo sport e la disciplina in cui compete il singolo atleta, le organizzazioni e/o le federazioni sportive di appartenenza, le competizioni svolte a livello nazionale e/o internazionale), i dati sui luoghi di reperibilità e permanenza dell’atleta (c.d. whereabouts), sulle esenzioni a fini terapeutici, sulla pianificazione e distribuzione dei controlli antidoping e sui singoli controlli effettuati (ivi inclusi i risultati di laboratorio e l’eventuale accertamento di violazioni della normativa in materia).

[5] Legge n.376/2000 recante la “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping” si tratta di una norma penale c.d. “in bianco” in quanto il legislatore fa riferimento ad una fonte di rango secondario (un atto amministrativo rappresentato dal Codice Antidoping)  in cui vengono classificate le sostanze e le pratiche dopanti).

[6] Doc-Web n.1563970

[7] Ciascuna organizzazione antidoping sia a livello nazionale che internazionale delinea  i criteri per l’inserimento degli atleti nel proprio Registered Testing Pool, cioè nel Gruppo Registrato ai fini dei controlli, identificando così  gli atleti di elite della propria organizzazione sportiva.

In quanto riconosciuti quali “atleti di elite”, essi sono destinatari di un programma antidoping specifico che comporta l’osservazione di procedure più rigorose per ottenere esenzioni per fini terapeutici. Inoltre essi sono soggetti ad un programma costante di monitoraggio attraverso l’esecuzione di test antidoping soprattutto al di fuori della competizione. Affinché le  organizzazioni antidoping possano effettuare questi test “a sorpresa” è necessario che gli atleti forniscano informazioni sulla loro reperibilità.

Info sull'Autore

Alessandro Mazzucato

Avvocato del foro di Padova. Mi occupo di diritto civile e diritto dello sport.

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