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Lo sfruttamento dei diritti di immagine nel mondo sportivo

Gli sportivi, soprattutto i calciatori, negli ultimi vent’anni hanno potuto aggiungere alle loro entrate anche i proventi derivanti dallo sfruttamento della loro immagine. Cosa significa sfruttare la propria immagine di atleta e quali sono i limiti di tale pratica?

(Foto di Scott Calleja, Flickr)

PREMESSA

Il diritto all’immagine pur non trovando un espresso riconoscimento nella Carta Costituzionale può implicitamente ricondursi ai diritti fondamentali della personalità che trovano riferimento all’art. 2 della Costituzione.

Nel nostro ordinamento si è pian piano giunti al riconoscimento del contenuto patrimoniale, accanto a quello di carattere prettamente personalistico, del diritto all’immagine. Se infatti fino a non molto tempo fa la commercializzazione dell’immagine di un personaggio famoso era vista come una condotta indecorosa non si può negare che, negli ultimi vent’anni, il ruolo sempre più preponderante dei mass-media abbia segnato una decisa inversione di tendenza.

Attraverso il riconoscimento del c.d. right of publicity si è giunti difatti ad affermare che ciascun individuo ha il diritto al controllo e al profitto che può derivare dallo sfruttamento del proprio nome e della propria immagine.

L’immagine globalmente intesa di un personaggio famoso presenta infatti un forte richiamo per migliaia di aziende che, consapevoli del valore economico della stessa, hanno tutto l’interesse a sfruttare per le loro campagne pubblicitarie.

La norma di riferimento su tale tema è l’art. 96 della legge sul diritto d’autore (legge n. 643/1941) che tutela il diritto relativo al “ritratto” delle persone.

IL DIRITTO D’ IMMAGINE NEL MONDO DEL CALCIO

Ambito in cui c’è una massiccia presenza dei mass-media è certamente il mondo sportivo.

I primi esempi in Italia risalgono agli anni cinquanta principalmente nel ciclismo: gli atleti abbinavano al loro nome prodotti direttamente legati alla loro attività sportiva.

L’atleta è gradualmente diventato uno dei maggiori veicoli di sponsorizzazione di migliaia di prodotti; oggi infatti è praticamente impensabile trovare atleti che non siano “marchiati” da sponsor anche slegati dall’immagine prettamente sportiva.

Esaminando gli sport di squadra e considerata la maggior visibilità del calcio rispetto a tutti gli altri sport, ritengo opportuno analizzare questo argomento con riferimento ai calciatori, considerato che per molti di essi la gestione del diritto di immagine è diventata addirittura fonte di reddito più lucrativa del proprio contratto di lavoro sportivo[1].

Ciascun calciatore ha la possibilità di utilizzare anche al di fuori delle competizioni ufficiali, per fini di lucro, la propria immagine.

In sostanza quindi il calciatore è libero di impegnarsi con qualsiasi azienda in qualità di testimonial per i prodotti della stessa, acconsentendo che la sua immagine sia accostata ad un determinato prodotto commerciale.

Quanto detto riguarda l’immagine c.d. “personale” del calciatore poiché, laddove si intenda utilizzare la divisa ufficiale del club di appartenenza è necessario, oltre che il consenso dell’atleta, anche l’esplicita autorizzazione della società in cui lo stesso milita.

Da quanto detto risulta quindi che il calciatore è titolare esclusivo dei diritti di sfruttamento della sua immagine in “borghese” ma non della sua immagine in “divisa” cioè della sua rappresentazione associata a colori, simboli e nomi della società di appartenenza o di altre società appartenenti alla Lega Nazionale Professionisti, salvo che non sia prestato il consenso anche dalla “controparte” in questione.

A presidio della regolarità di tali pratiche vi sono specifiche convenzioni stipulate dall’ A.I.C. (Associazione Italiana Calciatori) con la F.I.G.C. (Federazione Italiana Giuoco Calcio) e la L.N.P. (Lega Nazionale Professionisti, la quale comprende le prime tre categorie calcistiche in ordine di importanza)[2].

QUALI SONO LE LIMITAZIONI ALL’USO DELL’IMMAGINE NOTORIA DI UN CALCIATORE?

Per quanto sin qui detto è dunque evidente che costituisce un vantaggio commerciale sia per l’azienda che per l’atleta associare l’immagine ad un prodotto o servizio.

Nel corso degli anni però vi sono stati numerosi casi di abuso dell’immagine di atleti che hanno visto i loro volti e i loro corpi utilizzati come strumenti pubblicitari senza saperne nulla.

Questo poiché negli anni si è passati da un rigido orientamento giurisprudenziale sostenitore della necessità di avere un consenso chiaro ed esplicito da parte dell’interessato/persona celebre a veder sfruttata la sua immagine, ad un secondo, più permissivo, che ammette la validità anche di un consenso tacito o presunto[3].

Questo però non significa chiaramente autorizzare un indiscriminato uso dell’immagine di una persona nota; la Suprema Corte (Cass. Civ. n. 2129, 27 maggio 1975) ha sancito, correlandosi al testo dell’art. 97 della legge sul diritto d’autore, che la divulgazione dell’immagine di una persona (norma volutamente onnicomprensiva che si riferisce anche ai “comuni” cittadini ma applicabile anche ai c.d. “volti noti”) è consentita senza o contro il consenso di essa a patto che:

  • non sia pregiudicata la sua dignità;
  • che la divulgazione resti nell’ambito territoriale della persona nota;

-che la divulgazione non sia fatta ad esclusivo fine di lucro;

  • che la notorietà della persona giustifichi un effettivo pubblico interesse ad una completa informazione[4].

Dunque l’assenza di fine divulgativo ed informativo costituisce il limite invalicabile affinché sia tutelata anche la privacy dell’atleta famoso.

L’utilizzo non autorizzato dell’immagine costituisce, secondo prassi giurisprudenziale[5], illecito extracontrattuale in quanto lesivo del diritto esclusivo sul proprio ritratto.

La giurisprudenza successiva, tanto di merito quanto di legittimità, ha seguito tale sopracitata linea interpretativa in numerosi altri casi in cui atleti, che lamentavano lesioni alla loro immagine e violazioni della loro vita privata, hanno presentato ricorso agli organi giurisdizionali.

Nel prossimo lavoro analizzeremo alcuni casi recenti che hanno avuto ad oggetto l’utilizzo dell’immagine di un calciatore senza che questi tuttavia avesse prestato alcun tipo di consenso.

 


 

[1] Particolarità di questi contratti di sponsorizzazione è l’inserimento in essi della c.d. clausola morale. In forza di tale clausola lo sportivo si obbliga a tenere un comportamento eticamente corretto dentro e fuori dal campo (sul punto si può ricordare il famoso episodio del calciatore della A.S. Roma Francesco Totti ai campionati europei di calcio nel 2004 in cui, a seguito dello sputo che colpì il calciatore danese Poulsen, vide la Nike rescindere il contratto con il capitano giallorosso in virtù della sua disdicevole condotta).

[2] in questo senso ci si riferisce agli accordi stipulati in data 23 luglio 1981 tra AIC. e L.N.P.:  i calciatori hanno la facoltà di utilizzare in qualsiasi forma lecita e decorosa la propria immagine anche a scopo di lucro, purché non associata a nomi, colori, maglie, simboli o contrassegni della Società di appartenenza o di altre Società e purché non in occasione di attività ufficiale (art. 1 convenzione).

[3] Roberta Lombardi, “Ordinamento sportivo e calcio professionistico: tra diritto ed economia”, Giuffré, 2009, pag. 163 e ss.

[4] Roberta Lombardi, “Ordinamento sportivo e calcio professionistico: tra diritto ed economia”, Giuffré, 2009, pag. 163

[5] Cass. Civ. 6 febbraio 1993 n. 1503 ; cfr. Cass. Civ. 10 giugno 1997 n. 5175.

Info sull'Autore

Alessandro Mazzucato

Avvocato del foro di Padova. Mi occupo di diritto civile e diritto dello sport.

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