CAPIRE E CONOSCERE

Obsolescenza dei dati e testamento digitale: utopia o realtà?

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Scritto da Stefania Tonutti

L’umanità va incontro al rischio di una “generazione dimenticata, o persino a un secolo dimenticato”. A dirlo è stato Vint Cerf, informatico statunitense conosciuto come uno dei ‘padri di internet’, oggi vicepresidente di Google, durante l’incontro annuale dell’American Association for the Advancement of Science, a San Jose, in California.
In che senso generazione dimenticata?
A causa dell’obsolescenza dei dati.

Foto di frankieleon, Flickr

COS’È L’OBSOLESCENZA DEI DATI?

Per obsolescenza dei dati si intende un

fenomeno di degrado che si manifesta nelle versioni digitalizzate dei documenti, fino a renderle inutilizzabili in tempi relativamente brevi. Più in particolare, la o. d. è causata dal deterioramento dei supporti digitali e/o dalla troppo rapida evoluzione degli strumenti informatici utilizzati per crearli, modificarli e leggerli. La digitalizzazione dei documenti cartacei come libri e riviste, ma anche su altro supporto come fotografie e film, comporta notevoli vantaggi rispetto all’archiviazione degli originali: risparmio di spazio negli archivi; minore deterioramento dell’originale; facilità di duplicazione e di distribuzione telematica a più utenti anche contemporaneamente. Per contro, la conservabilità nel tempo non è altrettanto garantita. Se per i documenti su supporto cartaceo l’esperienza centenaria degli archivisti ha prodotto un corpo di conoscenze tecniche che permettono di prevenirne o ritardarne il degrado, la relativa novità del supporto digitale non ha ancora permesso di elaborare strategie organizzative e tecniche definitive per la loro conservazione (definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani).

Nel mondo degli informatici si suole indicare tale termine anche con espressioni del tipo bit rot, data degradation, data decay, data rot, software rot

In estrema sintesi si tratterebbe di una sorta di “buco nero informatico”, causato dal deperimento troppo repentino di tutti i dati contenuti negli attuali supporti di memorizzazione (dove per dati si intendono qui, in senso ampio, non solamente mere informazioni di carattere generale o documentazioni varie, ma anche fotografie, musica, libri, etc.)

Questo significa che, a causa della velocissima evoluzione degli strumenti informatici, che rende rapidamente obsolescenti sistemi anche molto diffusi di archiviazione e gestione, i dati archiviati solo dieci anni fa potrebbero non essere più accessibili nel giro di un lustro o due!

Pensiamo, ad esempio, ai vecchi floppy disk o alle videocassette: al giorno d’oggi sono praticamente illeggibili (se non preventivamente convertiti in formati più confacenti).

CONSEGUENZE

Conseguenza dell’obsolescenza digitale è il cd. digital Alzheimer disease (il termine è tratto dall’omonima malattia neurologica), la perdita cioè della memoria recente: per assurdo, riusciremo a leggere un manoscritto su pergamena risalente a dieci secoli fa, diventerà invece impossibile accedere aD un documento digitale di qualche decennio fa.

Non sono da trascurare i danni economici che potrebbe causare questo fenomeno nel caso di perdita o danneggiamento dell’originale (biblioteche, archivi storici, registri).

Discorso analogo per il cloud: in caso di scomparsa delle aziende che gestiscono i nostri dati, essi sopravviveranno comunque?

QUALI LE POSSIBILI SOLUZIONI?

Affinché gli odierni documenti digitali siano leggibili anche in futuro, si rende necessario attuare delle politiche di conservazione, ad esempio:

  • si potrebbero eseguire periodiche copie dei documenti digitali su nuovi supporti fisici (che comporta tuttavia costi molto elevati).
  • Per le modifiche di software, formato dei dati e sistemi di compressione è ipotizzabile la creazione di un metaformato universale, che tuttavia necessita di un impegno dei produttori di programmi a garantirne la compatibilità futura con i loro prodotti.
  • Un’altra soluzione risiede nella creazione di software di simulazione per i programmi obsoleti. In ogni caso i costi di tali soluzioni si manterranno elevati.

In conclusione, è d’obbligo creare un contesto all’interno del quale la conservazione dei dati digitali sia più semplice, efficace e sicura: fondamentale, dunque, l’utilizzo di formati dati aperti e standardizzati, l’organizzazione delle informazioni e dei materiali in maniera avveduta e studiare nuove forme per la protezione dei diritti d’autore e della proprietà intellettuale.

IL TESTAMENTO DIGITALE

Altro problema legato all’obsolescenza digitale ma avente “natura” opposta è il cd. Inactive account manager ma è già stato ribattezzato Google Death Manager e fornisce ai detentori dei dati archiviati sui server di Google due possibilità: cancellare tutto oppure permettere a terzi (parenti o amici) di accedere ai propri contenuti. Per quanto riguarda la prima opzione, viene data la possibilità di scegliere l’arco temporale entro cui i dati dovranno essere eliminati. Per la seconda c’è invece la possibilità di indicare fino a dieci persone fidate a cui Google invierà via e-mail le credenziali per accedere all’account del dipartito (è addirittura previsto che non sia necessario inviare un certificato di morte, perché il sistema si attiva automaticamente, dopo un certo periodo di inattività dell’account. Ovviamente viene anche recapitato all’utente un sms per accertarsi che non si tratti di una mera assenza provvisoria).1

Insomma, si tratterebbe di un vero e proprio testamento digitale.

Sempre più spesso capita che i familiari di un defunto accedano al suo account Facebook o di altri social, così come alla posta elettronica (ed al computer nella sua interezza, files, cartelle e programmi compresi): in alcuni casi vengono ostacolati dalla legge sulla privacy o da varie password, in altri casi sono liberi di agire.

Le leggi che riguardano la successione dei beni digitali non ci sono, resta il fatto che sempre più dati personali, ricordi, tutto ciò che riguarda la nostra vita resta conservato esclusivamente in formato computerizzato.

Molti notai ed avvocati statunitensi del settore si stanno occupando di questo, ma una domanda sorge spontanea: che valore avrebbe il diritto alla privacy in tutto questo?


  1. Lo si ritrova alla voce “Informazioni gestione account inattivo” https://support.google.com/accounts/answer/3036546?hl=it 

Info sull'Autore

Stefania Tonutti

Dottoressa in Giurisprudenza, Dottoranda di ricerca in Diritto e Nuove Tecnologie e consulente privacy. Mi occupo di biodiritto, bioetica, privacy sanitaria, privacy genetica, biobanche e brevetti biotecnologici.

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