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Il reato di interferenze illecite nella vita privata in precario equilibrio tra lacune legislative e grattacapi dottrinali

Scritto da Marco Casella

L’inesorabile processo evolutivo immanente alle nuove tecnologie – con particolare riguardo alla realizzazione di strumenti sempre più efficacemente idonei a captare suoni ed immagini – rende oltremodo attuale e concreto il pericolo di altrui interferenze le quali, attesa la loro camaleontica insidiosità, risultano difficilmente arginabili dalla verbosa ed approssimativa tecnica legislativa all’uopo predisposta.

foto di Steve Snodgrassm, Flickr

Il reato di cui all’art. 615 bis c.p. e la relativa tutela del diritto di riservatezza domiciliare

Il reato di Interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c.p.) fa ingresso nel sistema penale italiano per il tramite della L. 8 aprile 1974, n. 98, erigendosi a figura cardine – unitamente al reato di Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p., introdotto dalla L. 23 dicembre 1993, n. 547) – dei delitti posti a tutela della riservatezza domiciliare.

Il diritto di riservatezza domiciliare può definirsi come “il diritto alla esclusività di conoscenza di ciò che attiene alla sfera privata domiciliare, ossia nel senso che nessuno può prendere conoscenza o rivelare quanto di questa sfera il soggetto interessato non desidera che sia da altri conosciuto[1].

Questo peculiare risvolto della più ampia categoria della riservatezza della vita privata si ricollega più intimamente al modo privato di essere, la cui tutela è volta alla salvaguardia di quella “pace interiore” nonché di quella tranquillità di spirito che la presa di conoscenza o la divulgazione – di quanto nell’ambito domiciliare accade – porrebbero inevitabilmente a repentaglio.

Questa intrinseca caratterizzazione del bene giuridico de quo viene reputata – da parte della più attenta dottrina costituzionalistica – inscindibile referente del sommo bene della libertà personale (art. 13 Cost.), in quanto è proprio in seno al domicilio che si concretizzano le forme più pure di estrinsecazione della personalità, ovverosia le manifestazioni, siano esse individuali od associate, della vita privata.

Inoltre, persino l’art. 12 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, nonché l’art. 8 e l’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali – pur con formula ampia rivolta alla tutela di diritti enucleabili in un più generico concetto di riservatezza[2]sembrano evocare un diritto alla riservatezza della vita privata (che si svolge nei luoghi ad essa deputati) allorquando statuiscono che qualsivoglia ingerenza od arbitraria interferenza possano venire in essere solo per atto motivato della Autorità Giudiziaria (e, ben s’intende, nei soli casi e modi tassativamente previsti dalla Legge)[3].

Al termine di siffatta analisi preliminare, si ritiene opportuno evidenziare come la riservatezza domiciliare risulti esclusività conoscitivo-spaziale (ossia: di conoscenza di quanto accade in tale spazio), differenziandosi, pertanto, dalla libertà domiciliare che risulta invece esclusività fisico-spaziale (ossia: di fisica presenza umana nello spazio domiciliare).

Alfine, è da evidenziare come la tutela di quest’ultimo bene giuridico – oggetto di ben più remota considerazione – risulti approntata dalle diverse figure criminose della Violazione di domicilio, di cui all’art. 614 c.p., nonché della Violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale, di cui all’art. 615 c.p.

La nozione di domicilio in senso lato, ossia il terreno di elezione per l’esercizio del diritto di riservatezza domiciliare

Il domicilio – pur da intendersi in senso lato, attesa l’ampia ed autonoma nozione che di esso offre la scienza penalistica – costituisce l’ambito spaziale ove può esercitarsi il diritto di esclusività de quo.

In particolare, secondo quanto dispone l’art. 614 c.p., all’uopo richiamato dal medesimo art. 615 bis c.p. oggetto di analisi, la nozione di domicilio risulta comprensiva dei seguenti luoghi:

  • Abitazione: o sia il luogo ove un soggetto, liberamente ed attualmente, conduce la propria vita domestica. Ai fini penali, giova precisare, risulta indifferente che egli la conduca da solo o con altri, in tutto od in parte, in via permanente o transitoria, in via continuativa o saltuaria;
  • Altri luoghi di privata dimora: o sia, per esclusione, ogni altro luogo ove un soggetto svolga qualsivoglia attività della propria vita privata (ad esempio: culturale, lavorativa, politica, religiosa, di svago, etc…), tuttavia diverse da quelle domestiche, pur restando sempre indifferente che egli le svolga da solo o con altri, in tutto od in parte, in via permanente o transitoria, in via continuativa o saltuaria;
  • Appartenenze dell’abitazione o di ogni altro luogo di privata dimora: o sia i luoghi accessori rispetto a questi ultimi, in quanto predisposti per il servizio od il completamento e, quindi, al miglior godimento dei medesimi (ad esempio, si ritengono tali: i giardini, gli orti e i cortili, le stalle, gli ovili, i magazzini, i pianerottoli di casa, le scale comuni, gli androni e la soglia della casa stessa, le autorimesse e le cantine, i campi da tennis e di bocce, etc…).

In conclusione, risulta opportuno evidenziare che restano esclusi dalla tutela penale domiciliare: sia i luoghi pubblici che i luoghi aperti al pubblico; sia i luoghi non aperti al pubblico, non ricompresi entro la nozione di abitazione ed entro la nozione di altro luogo di privata dimora o di appartenenza.

Tali luoghi rientrano, invece, nella tutela fornita dagli artt. 637, 633, 508 c.p., allorquando (sia ben chiaro) ricorra la totale tipicità dell’una o dell’altra relativa fattispecie incriminatrice.

La struttura bifronte dell’art. 615 bis c.p.: due tipologie di aggressione al bene giuridico della riservatezza domiciliare

Il reato in esame annovera ben due distinte fattispecie incriminatrici che trovano il loro radicamento ontologico, rispettivamente, in condotte di semplice indiscrezione oppure in condotte di connotazione divulgativa.

  1. L’indiscrezione domiciliare: il comma 1 dell’articolo in esame reprime condotte, realizzabili da chiunque, idonee al procacciamento indebito di notizie od immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. (come si è visto innanzi), poste in essere mediante l’utilizzo di strumenti di ripresa visiva o sonora.

Pertanto, il mezzo utilizzato, non potrà non essere che uno strumento di ripresa visiva o sonora, con esclusione (ai fini della rilevanza penale) di tutti i comportamenti di curiosa indiscrezione non aventi i caratteri dell’insidiosità e della capacità di fissazione, qualità intrinseche dei moderni strumenti di captazione del suono e dell’immagine.

Alla luce di quanto rilevato, sono da ritenersi spogli di penale rilevanza (a tale titolo) quei contegni oggetto della mera “curiosità” popolare – ossia, ad esempio: l’origliare adagiati alla parete dell’appartamento viciniore, lo sbirciare attraverso il foro della serratura altrui, captare notizie da domestici o da portieri, leggere documenti altrui, quali diari, memoriali, documenti, lettere già aperte, etc… – nonché quei contegni atti a prender contezza di quanto accade in detti luoghi per il solo tramite di una normale (e quindi umana) osservazione dall’esterno (si ritiene resti impunito, giova rilevare, pure l’uso di mezzi tecnologici allorquando risulti esclusivamente destinato alla sola captazione di quanto sia percepibile anche ad occhio nudo).

Per comune opinione di dottrina e di parte della giurisprudenza, l’espressione “ripresa” (visiva o sonora) è tuttavia da considerarsi estensivamente, ovverosia ricomprendente l’utilizzo sia di strumentazione atta a disporre una stabile fissazione dell’immagine o del suono su appositi substrati materiali (ad esempio: su materiali fotosensibili, magnetofonici) che di strumentazione, la quale, pur non idonea a disporre una siffatta fissazione, si mostri oltremodo dotata di una straordinaria capacità di penetrazione (e quindi di captazione di immagini e di suoni) nell’altrui sfera domiciliare (ad esempio: radiospie e microfoni installati nell’altrui abitazione, teleobiettivi)[4].

Un’ultima annotazione non può non riguardare il requisito richiesto per le modalità di procacciamento di notizie od immagini, ovverosia l’avverbio “indebitamente”.

Sul punto la dottrina resta profondamente divisa: per alcuni, tale requisito avrebbe la funzione di aggiungere un ulteriore elemento di valutazione della illiceità penale della interferenza, escludendo la punibilità delle interferenze poste in essere a fini di tutela di interessi superiori o equivalenti all’interesse leso, la cui esistenza dovrà essere rimessa al prudente apprezzamento dell’Organo Giudicante (Manzini; Antolisei); per altri, invece, tale requisito fungerebbe da riferimento circa l’assenza di cause di giustificazione (Palazzo; Zagnoni; Ronco; Mantovani); per altri ancora esso individuerebbe un caso di illiceità speciale, la cui rilevanza finirebbe per cadere soprattutto sul contenuto di rappresentazione del dolo, escludendolo in caso di errore sull’eventuale indebitezza della intromissione (Ciccotti; Latagliata).

  1. La divulgazione delle notizie o delle immagini domiciliari: il comma 2 dell’articolo in esame, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, reprime le condotte di rivelazione o di diffusione, mediante qualsivoglia mezzo di comunicazione al pubblico (stampa, radio, televisione, internet, cinematografia, smartphone), delle notizie o delle immagini pertinenti alla vita privata che si svolge nei luoghi del domicilio (come sopra meglio definito) ed ottenute nei modi previsti dall’analizzato comma 1 del medesimo articolo.

Da una prima analisi della lettera della norma emergono ictu oculi due condotte ontologicamente distinte, anche se sovrapponibili, ossia quella della “rivelazione” e quella della “diffusione.

Pertanto, sul punto si sono avvicendati due distinti orientamenti ermeneutici di matrice dottrinale: il primo tende ad incriminare due diversi tipi di fatti, ovverosia a considerare la condotta di “rivelazione” come la comunicazione (di notizie o di immagini) nei confronti di una persona determinata o di un numero determinato di persone, e la condotta di “diffusione” come la comunicazione (sempre di notizie o di immagini) nei confronti di un numero indeterminato di persone (Antolisei; Manzini; Marini; Monaco); il secondo indirizzo, invece, tende ad individuare un’endiadi, tacciando la formula legislativa “mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico” come ricomprensiva dei due tipi di condotta (sia essa rivelatrice od, indifferentemente, diffusiva) riconducibili entrambe ad una più generica attività di divulgazione al pubblico (Palazzo; Zagnoni; Ronco; Mantovani).

Autorevole si mostra la soluzione offertaci dal Mantovani, il quale ha ritenuto preferibile quest’ultima interpretazione restrittiva, in quanto, oltre a rivelarsi più aderente al dettato normativo, permetterebbe di considerare offensive alla stessa stregua ambedue le condotte analizzate.

Inoltre, è agevole comprendere come, diversamente opinando, – a fronte di condotte ritenute l’una rispetto all’altra differenti, soprattutto in punto di capacità offensiva – si potrebbe addivenire ad un’irragionevole violazione del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.), atteso che diversi contegni criminosi (tra l’altro di diversa potenzialità offensiva) risulterebbero astrattamente punibili con la medesima pena.

Il rapporto tra l’indiscrezione e la divulgazione: è configurabile un reato unico oppure un concorso di reati?

Accade, di sovente, che il reato di divulgazione venga commesso da un soggetto che risulti al tempo stesso autore, altresì, dell’illecita interferenza.

Questa evenienza ha determinato l’insorgenza di un acceso dibattito dottrinale: alcuni studiosi propendono per ritenere assorbito il delitto di indiscrezione (comma 1) – e quindi non punibile – in seno al più grave delitto di divulgazione (comma 2), con conseguente possibilità di escludere il rigore sanzionatorio del cumulo di pene previste per entrambi i fatti di reato. Difatti, vi è chi ravvisa la sussistenza di un unico reato, in quanto l’indiscrezione rappresenterebbe un ante factum non punibile atteso, appunto, l’intervenuto assorbimento (Ronco); e ancora chi, invece, vi ravvisa una “norma a più fattispecie(quindi una sola norma incriminatrice, applicabile una volta soltanto anche in caso di realizzazione di entrambe le fattispecie previste) (Manna). Sempre sulla linea di siffatto indirizzo di pensiero – pur con prese di posizione differenti – si colloca il Mantovani, il quale vi ravvisa un reato eventualmente complesso (poggiando tale concezione sulla stessa formulazione della norma, la quale al comma 2 parla di “modi indicati nella prima parte di questo articolo”), in quanto comprendente l’eventuale realizzazione della indiscrezione quale “elemento particolare” (essendo pur possibile realizzare il reato anche a prescindere dalla realizzazione di quest’ultima fattispecie).

Altri studiosi, diversamente, ritengono configurabile il concorso materiale di reati, attribuendo al più all’Organo Giurisdizionale, nell’ambito del proprio potere discrezionale riconosciutogli dalla Legge, il compito di mitigare il rigore sanzionatorio di tale soluzione (per ipotesi, ai sensi dell’art. 81, comma 2, c.p.).

In ultima analisi – per quanto invece afferisce al concorso tra il delitto di divulgazione (art. 615 bis, comma 2, c.p.) con altri reati – l’interprete non può che giovarsi dell’ausilio offertogli dalla clausola di sussidiarietà che renderà comunque applicabile il fatto di reato più grave in seno al quale la condotta di divulgazione, appurata in concreto, venga a risolversi.

[1] Per questa definizione, si veda: F. Mantovani, Diritto alla riservatezza e libertà di manifestazione del pensiero con riguardo alla pubblicità dei fatti criminosi, in Il diritto alla riservatezza e sua tutela penale (Atti del Simposio di studi di dir. e proc. pen., Varenna, 1967), Milano, 1970, 397, 405.

[2] M. Ronco, Vita privata (interferenze illecite nella), in NN.D.I., VII, Torino, 1987, p. 1162.

[3] D. Bolognesi, La disciplina delle intercettazioni telefoniche a fronte della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, in DPP, 1996, 12, p. 1528).

[4] F. Palazzo; L. Monaco; Trib. Roma, 13.01.1985, in Foro.it., 1986, 497 (nota Fiandaca); Cass. Pen., 04.04.2003, in Cass. Pen., 2004, p. 1621 (uso di videocamera).

Info sull'Autore

Marco Casella

Avvocato del foro patavino
Mi occupo di diritto penale.

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