CAPIRE E CONOSCERE

La disciplina delle intercettazioni in tensione tra esigenze investigative e tutela della Privacy

Foto di srgpicker, Flickr
Scritto da Marco Casella

Prendendo spunto da una recente lettera inviata dal nostro Garante per la Privacy al presidente del Consiglio dei Ministri, analizziamo insieme la disciplina delle intercettazioni, cercando di calarla nel contesto attuale dove il diritto alla riservatezza viene costantemente, e ogni giorno sempre più, compresso, ignorato o peggio annientato dalla mediatizzazione dei processi, che oramai si svolgono parallelamente sia nelle aule di giustizia, che negli studi televisivi.

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Terrorismo, criminalità organizzata, evasione fiscale, scandali politici: ogni giorno sentiamo parlare, spesso con eccessiva superficialità, dello strumento delle intercettazioni, strumento tanto prezioso nelle più delicate indagini, quanto invasivo e annichilente il diritto alla riservatezza, costituzionalmente garantito, di ciascuno cittadino.

Nell’era del processo mediatico, dove tensioni voyeuristiche prendono spesso il sopravvento sul principio cardine della essenzialità dell’informazione giornalistica, nell’era del “tutto connesso”, dove ognuno di noi è potenzialmente sempre intercettabile tramite le più disparate tecnologie di cui possiamo agevolmente disporre, nell’era dei Big Data, dove le nostre informazioni personali più riservate circolano a velocità incontrollabili, e spesso senza il nostro preventivo controllo, nella mastodontica rete globale di Internet, noi di DirittiWeb sentiamo il bisogno di ripartire dal dato normativo, dove risiede l’unica vera ratio di questo potentissimo strumento, che impropriamente usato su larga scala rischia di arrecare danni irreparabili non solo agli interessi individuali, ma anche a quelli di un’intera nazione, fino a compromettere e minare i diritti fondamentali dell’intera umanità.

Volendo usare le parole di Glenn Greenwald:

Vogliamo che l’era digitale sia l’alba dell’emancipazione individuale e delle libertà politiche, oppure siamo disposti ad accettare un sistema di controllo onnipervasivo che neppure i più sadici dei tiranni del passato avrebbero osato sognare? 1

(Introduzione a cura del Dott. Alberto Nicolai)

Partiamo dalla definizione: come possono essere definite le intercettazioni?

Il codice di procedura penale dedica l’intero libro III alla tematica delle prove, cumulandovi sia la disciplina dei “mezzi di prova” (titolo II) che quella dei “mezzi di ricerca della prova” (titolo III), quale epilogo rispetto ad un esordio dedicato alle “disposizioni generali” della materia (titolo I).

Ciò precisato, risulta opportuno evidenziare come per lo studio dei “mezzi di prova” occorra necessariamente rifarsi alle regole dettate propriamente per l’istruzione dibattimentale (che si terrà avanti al Giudice) ed, invece, ai fini dello studio dei “mezzi di ricerca della prova” risulti fisiologico tener conto delle prescrizioni siglate per il procedimento per le indagini preliminari (la cui titolarità spetta in primis Pubblico Ministero e, per quanto di sua competenza, alla Polizia Giudiziaria).

Differenza sottile, ma non di poco conto: il codice di rito, difatti, impedisce al Giudice di espletare qualsivoglia attività di ricerca della prova – relegando il suo autonomo intervento, di regola, al processo stricto sensu inteso – la quale, invero, risulta esclusivamente demandata alle competenti autorità inquirenti suindicate (e, discrezionalmente, ai difensori delle parti private).

In particolare, l’istituto delle intercettazioni di conversazioni e di comunicazioni (artt. 266-271 c.p.p.) trova sistematica collocazione nel titolo dedicato ai “mezzi di ricerca della prova” ed evoca, prima facie, la propria naturale delicatezza in ordine al disposto dell’art. 15 Cost., il quale precisa come la libertà e la segretezza delle comunicazioni – definite “inviolabili” – possano venire limitate soltanto “per atto motivato dell’autorità giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla legge”.

Alla luce di quanto esposto, è agevole constatare come, oltre ad una riserva di legge, vi sia pure una riserva di giurisdizioneviepiù assoluta – a tutela della libertà e della segretezza delle comunicazioni, impediente qualsivoglia forma d’intercettazione per mano della polizia giudiziaria, altresì nei casi di necessità ed urgenza.

Questo peculiare “mezzo di ricerca della prova”, pertanto – a differenza di quanto invece è disposto per gli altri, o sia per le ispezioni, le perquisizioni ed i sequestri – necessita dell’intervento del Giudice per le indagini preliminari, il quale, in veste di garante giurisdizionale, ne disporrà con decreto motivato l’autorizzazione in favore del Pubblico Ministero procedente.

A conclusione dei suestesi accorgimenti iniziali – e dinanzi ad un silente legislatore – è opportuno prestar contezza della puntuale definizione, in ordine alla nozione di intercettazione, offerta dalla giurisprudenza:

l’intercettazione rituale consiste nell’apprensione occulta, in tempo reale, del contenuto di una conversazione o di una comunicazione in corso tra due o più persone da parte di altri soggetti, estranei al colloquio” (Corte Cost., sent. 81/1993; Cass. Pen., Sez. Un., 23.03.2000, n. 6).

Quali sono i tipi di intercettazione possibili?

Il codice di procedura penale annovera tre diverse tipologie di intercettazione:

  • Intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione (ovvero comunicazioni di qualunque specie: non solo telefoniche o telegrafiche, ma anche, per esempio, di tutte le trasmissioni “a distanza” enumerate dall’art. 623 bisp.), ai sensi dell’art. 266, comma 1, c.p.p.;
  • Intercettazione di comunicazione tra presenti, c.d. intercettazione ambientale (le quali possono effettuarsi anche nei luoghi di domicilio indicati dall’art. 614 c.p. e, se del caso, mediante previa introduzione di appositi strumenti di ascolto, da autorizzarsi specificamente, e purché vi risulti in corso di svolgimento l’attività criminosa), ai sensi dell’art. 266, comma 2, c.p.p.;
  • Intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi (ogni qual volta si proceda per uno dei reati indicati nell’art. 266 c.p.p., nonché per i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”), ai sensi dell’art. 266 bisp.p.

In conclusione, si ritiene necessaria una scrupolosa precisazione: non potrà propriamente qualificarsi come intercettazione (e pertanto risulterà inapplicabile la disciplina in esame) né la “rivelazione” di una conversazione ad opera di chi vi abbia preso parte, né l’eventuale “registrazione”, effettuata sempre dalle medesime persone (in quest’ultimo caso la “registrazione su nastro” viene a costituire un documento ed, in quanto tale, certamente assoggettabile alla specifica disciplina della prova documentale).

Analogo approccio si dovrà avere nei confronti dell’acquisizione da parte dell’ente gestore del servizio telefonico del tabulato delle chiamate promananti da un determinato apparecchio. In tal caso, difatti, non si verrà a conoscenza del contenuto della conversazione, bensì del mero fatto storico concernente una chiamata (a favore di un diverso apparecchio) venuta in essere in un certo spazio temporale (le persone, del resto, vengono individuate solo indirettamente, atteso che la titolarità dell’utenza non sempre corrisponde con colui che in quel dato momento ne utilizza l’apparecchio).

Più precisamente, affinché l’intercettazione di comunicazioni possa reputarsi tale, occorrono questi tre imprescindibili requisiti:

  • i soggetti debbono comunicare tra loro col preciso intento di escludere gli altri dal contenuto della comunicazione ed in modo tale da tenere quest’ultima segreta;
  • la necessarietà d’uso di strumenti tecnici di percezione particolarmente invasivi, attesa l’imposizione legislativa – ai sensi dell’art. 268 c.p.p. – di effettuare le operazioni di intercettazione “per mezzo degli impianti installati nella Procura della Repubblica” ed, in via del tutto eccezionale, “mediante impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria”;
  • il soggetto captante deve essere assolutamente estraneo al colloquio e violare, clandestinamente, la segretezza della conversazione.

Chi compie le intercettazioni e chi ne autorizza o ne convalida il compimento?

L’intercettazione è disposta con decreto motivato, su richiesta del Pubblico Ministero procedente, da parte del Giudice per le indagini preliminari, il quale è chiamato proprio a verificare la sussistenza dei suestesi presupposti di ammissibilità del provvedimento (art. 267, comma 1, c.p.p.).

Tuttavia, nei casi di urgenza (qualora il ritardo provocherebbe gravi pregiudizi alle indagini), il P.M. può procedere autonomamente con decreto motivato, da comunicarsi immediatamente (e comunque non oltre le ventiquattro ore) al Giudice per le indagini preliminari, per l’eventuale convalida.

Nel caso di mancata (tempestiva) convalida del decreto entro le quarantotto ore l’intercettazione non potrà venire proseguita ed i relativi risultati (eventualmente già ottenuti) non potranno essere utilizzati (art. 267, commi 1 e 2, c.p.p.).

Avvocati ed investigatori privati possono compiere intercettazioni?

L’invalicabile limite della riserva di giurisdizione assoluta che emerge dall’art. 15 Cost. – come si è avuto poc’anzi modo di appurare – si reputa in grado di impedire qualsivoglia attività di intercettazione da parte di soggetti non rientranti nella nozione di “autorità giudiziaria, ossia restanti al di fuori del suesposto raccordo che dovrà venire in luce esclusivamente tra Pubblico Ministero e Giudice (ad esclusione, pertanto, anche della Polizia Giudiziaria).

L’attività defensionale, tuttavia, potrà certamente rivestire, in via mediata, dei ruoli di mero impulso nei confronti dell’operare dell’Organo titolare delle indagini. Difatti, in seno alla fase investigativa, sia il difensore della persona offesa dal reato – nonché quello della persona sottoposta alle indagini che ambirà prematuramente sconfessare un’eventuale ipotesi accusatoria a suo carico – potranno utilizzare lo strumento processuale di cui all’art. 367 c.p.p. (da leggersi in combinato disposto con l’art. 90 c.p.p., qualora trattasi di persona offesa dal reato).

Difatti – alla presenza dei dovuti limiti di ammissibilità, nonché dei presupposti attuativi che nel prosieguo analizzeremo – sarà consentito al difensore stimolare l’accusa in ordine alla richiesta di determinate operazioni di intercettazione, volte – a seconda dell’occasionale ministero defensionale rivestito – a prestar contezza circa l’inadeguato divenire dell’azione penale (portando il P.M. a richiedere l’archiviazione del procedimento) oppure a determinarne un consolidamento idoneo a sostenere un adeguato giudizio di responsabilità (portando il P.M., in questo diverso caso, all’esercizio dell’azione penale).

Istanze di stimolo che tuttavia, occorre evidenziarlo, non risultano soggette ad alcun obbligo di responso gravante sulla Pubblica Accusa.

Quando possono essere disposte e come vengono svolte?

I presupposti imprescindibili – affinché le intercettazioni possano reputarsi ammissibili – sono costituiti dalla esistenza di “gravi indizi di reato (non necessariamente già orientati a carico di una determinata persona) e dalla assoluta indispensabilità ai fini della prosecuzione delle indagini (ovvero necessaria, in virtù dell’art. 295, commi 3 e 3 bis, c.p.p., al fine di “agevolare le ricerche del latitante”), ai sensi dell’art. 267, comma 1, c.p.p.

A tali presupposti debbono necessariamente accompagnarsi i seguenti limiti di ammissibilità, tratteggianti una corposa elencazione di gravi fatti-reato:
a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4;
b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4;
c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;
d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
e) delitti di contrabbando;
f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono;
f bis) delitti previsti dall’art. 603ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’art. 600 quater del medesimo codice.

Come già si è visto, sussiste un’ulteriore condizione di ammissibilità afferente alle ipotesi di intercettazioni di comunicazioni tra presenti – da effettuarsi nei luoghi indicati dall’art. 614 c.p. – la quale consiste nel fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa.

Quanto possono durare?

A seguito della suesposta autorizzazione del G.I.P., il Pubblico Ministero, con proprio decreto, indica la modalità e la durata delle operazioni, ai sensi dell’art. 267, comma 3, c.p.p.

Questa durata non può superare i quindici giorni ma, tuttavia, può essere prorogata dal Giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, purché permangano i presupposti di cui si è prima parlato (gravità indiziaria ed assoluta indispensabilità ai fini della prosecuzione delle indagini).

Da segnalare che, per indagini relative ai: delitti di “criminalità organizzata”; delitti di “minaccia col mezzo del telefono”; delitti di cui agli artt. 270 ter (assistenza agli associati di associazioni sovversive, con finalità di terrorismo o volte all’eversione dell’ordine democratico), 280 bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi), 600-604 c.p. (gravi delitti contro la libertà individuale); delitti di cui all’art. 3 L. 20 febbraio 1958, n. 75 (in tema di prostituzione); delitti di natura terroristica od eversiva indicati nell’art. 407, comma 2, lett. a), n. 4, c.p., la durata delle operazioni autorizzate non può di regola superare i quaranta giorni.

Durata che potrà venire prorogata con decreto motivato dal Giudice (o, nei casi di urgenza, anche dal P.M.), attesa la permanenza dei presupposti richiesti dalla legge (da rilevare che in questi casi è richiesta la mera presenza di “sufficienti indizi” di reato e non di “gravi indizi” come di regola), per periodi successivi di venti giorni.

Vi è un procedimento specifico per l’utilizzazione in giudizio?

Enucleati poc’anzi gli adempimenti procedurali, è doveroso ora render contezza circa la scansione logico-temporale della fase eminentemente esecutiva, di cui all’art. 268 c.p.p.:

  1. Le comunicazioni intercettate debbono essere registrate e delle relative operazioni occorre redigere il verbale, ove risulterà indicato (anche sommariamente) il loro contenuto. Si precisa che per l’effettuazione delle operazioni, come si è visto, si dovranno esclusivamente utilizzare gli impianti installati presso la Procura della Repubblica. A ciò si potrà derogare per eccezionali ragioni d’urgenza, di insufficienza o di inidoneità di tali impianti. Per le intercettazioni di comunicazioni informatiche e telematiche è possibile usare impianti privati;
  2. I verbali e le registrazioni sono immediatamente trasmessi al P.M. e depositati nella sua segreteria (deposito da effettuarsi entro cinque giorni dalla conclusione definitiva delle operazioni). Il P.M., tuttavia, a seguito del rischio di un grave pregiudizio per le attività investigative, potrà chiedere al G.I.P. di ritardarne il deposito, fino alla chiusura delle indagini preliminari;
  3. I difensori delle parti – una volta intervenuto sia il deposito che l’avviso della facoltà di prender visione del carteggio in esame – potranno esaminare gli atti ed ascoltare le relative registrazioni. Questo momento costituisce la premessa per l’instaurazione del contraddittorio tra le parti, ovverosia per la nascita di un apposito procedimento camerale (incidentale) volto alla cernita ed alla selezione del materiale costituente il risultato delle operazioni di intercettazione. Procedimento che dovrebbe svolgersi entro la chiusura delle indagini preliminari;
  4. Il G.I.P. pertanto, dietro richiesta delle parti, disporrà l’acquisizione delle conversazioni (sempre che il contenuto delle medesime non appaia manifestamente irrilevante o vietato ai sensi dell’art. 271 c.p.p. o di altre disposizioni di legge) e le successive trascrizioni delle registrazioni (nei modi e nelle forme della perizia) risultano “epiloghi garantiti” di una attività di indagine impostata nel segno della clandestinità e della sorpresa. Le trascrizioni così ottenute, espressive di atti per loro natura “non ripetibili”, saranno inserite nel fascicolo per il dibattimento formato ai sensi dell’art. 431 c.p.p. (art. 268, commi 7 e 8, c.p.p.).

… e per la conservazione?

I verbali e le registrazioni delle intercettazioni, anche se non acquisiti, devono di regola – fuori dai casi di inutilizzabilità che vedremo, con conseguente distruzione ai sensi dell’art. 271, comma 3, c.p.p. – essere conservati integralmente presso il Magistrato Inquirente che le abbia disposte, fino al passaggio in giudicato della sentenza.

Tuttavia, quando la documentazione non sia necessaria per il procedimento, gli interessati – a tutela della propria riservatezza – possono chiederne la distruzione al Giudice, il quale provvederà in camera di consiglio e, qualora la distruzione venga disposta, curerà che sia eseguita sotto il proprio controllo (art. 269 c.p.p.).

Quando le intercettazioni possono considerarsi inutilizzabili?

I risultati delle intercettazioni possono essere utilizzati soltanto nel procedimento in cui è stato emesso il decreto che le ha disposte.

Ed in altri procedimenti?

L’utilizzabilità in questi casi subisce dei limiti e può essere riconosciuta solo allorquando i risultati delle intercettazioni appaiono “indispensabili per l’accertamento dei delitti, per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza” (art. 270, comma 1, c.p.p.).

In quest’ultimo caso, i verbali e le registrazioni vengono depositati presso l’autorità competente per il diverso procedimento ed i difensori delle parti vengono avvisati circa la facoltà di esaminare gli atti ed ascoltare le registrazioni. Acquisiti gli atti depositati (su vaglio del giudice competente per il diverso procedimento) si trascrivono le registrazioni per la successiva inclusione nel fascicolo per il dibattimento.

L’art. 271 c.p.p. sancisce tre espressi divieti di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni:

  • qualora non siano rispettabili i limiti di ammissibilità delle intercettazioni (art. 266 c.p.p.), disponendole, per esempio, in un procedimento relativo ad un delitto colposo;
  • qualora siano violate le regole circa la competenza a disporre le intercettazioni, le prescrizioni del decreto e le modalità previste per l’esecuzione delle operazioni;
  • qualora le intercettazioni riguardino conversazioni o comunicazioni di persone vincolate dal segreto professionale ed “abbiano ad oggetto fatti conosciuti per ragioni del loro ministero, ufficio o professione” (art. 271, comma 2, c.p.p.).

La violazione di tali divieti consente al Giudice di disporre la distruzione della documentazione delle intercettazioni, salvo che la medesima costituisca corpo del reato.

Intercettazioni e Garante della Privacy

Il Garante della Privacy Antonello Soro, nella lettera di recente inviata a Renzi, ha affermato:

“le intercettazioni: risorsa investigativa fondamentale, ma che – proprio in quanto fortemente invasiva – deve essere gestita con molta cautela. Sia da parte degli organi inquirenti (per evitare fughe di notizie che pregiudichino le indagini, oltre che la Privacy degli interessati), sia da parte della stampa, che dovrebbe evitare quel “giornalismo di trascrizione” che finisce, oltretutto, per far scadere la qualità dell’informazione”

Come commentare queste parole, anche alla luce della precedente analisi?

Prima di rispondere a tale domanda, risulta opportuno espletare brevi cenni circa l’obbligo del segreto ed il correlativo divieto di pubblicazione degli atti di indagine (rectius: di ricerca e di acquisizione della prova) compiuti dal Pubblico Ministero e dalla Polizia Giudiziaria, in seno alle indagini preliminari.

L’art. 329, comma 1, c.p.p., statuisce che gli atti delle indagini preliminari sono segreti sino a quando la persona sottoposta alle indagini non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini stesse. La violazione di tale obbligo – da parte di chi abbia appreso notizie relative ai suindicati atti investigativi oppure agli stessi vi abbia assistito – configura il reato di cui all’art. 379 bis c.p., ovverosia il delitto di “Rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale”.

Del resto, gli atti delle indagini preliminari dichiarati segreti non possono formare oggetto – con la stampa o altro mezzo di diffusione di notizie (carta stampata, ciclostilati, trasmissioni televisive, riprese cinematografiche, cassette audiovisive) – di pubblicazione totale o parziale, né per il loro contenuto ovvero per riassunto, sino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare (art. 114, comma 1, c.p.p.).

D’altro canto, la violazione del divieto di pubblicazione integra la contravvenzione di “Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale” prevista dall’art. 684 c.p, nonché l’illecito disciplinare allorquando commessa da impiegati dello Stato, di altri enti pubblici ovvero da chi eserciti una professione per la quale lo Stato richiede una speciale abilitazione, ai sensi dell’art. 115 c.p.p.

Ciò premesso, è agevole constatare quali siano le eminenti esigenze sottese al suesposto divieto di pubblicazione:

  • la pubblicazione di atti da inserirsi nel fascicolo del P.M. – i quali, ex lege, potrebbero essere conosciuti solo eccezionalmente dal Giudice del dibattimento – inficerebbe negativamente la formazione del convincimento del Giudice dibattimentale (in tal caso, di regola, il divieto di pubblicazione in esame viene meno con la pronunzia della sentenza in grado di appello);
  • Ulteriore esigenza, correlata a quest’ultima esposta, risulta contraddistinta dalla tutela del buon nome dell’indagato, il quale, pur non ancora imputato, vorrebbe evitare che il Giudice dell’eventuale dibattimento potesse rimanere pregiudicato da notizie conosciute mediante mezzi diversi dall’acquisizione probatoria connaturale all’udienza dibattimentale;
  • Infine: parrebbe assurdo prefiggersi di voler tutelare l’efficacia delle indagini – le quali, di regola, risultano avvinte da una limitata partecipazione del difensore dell’indagato, attesa la mai sopita matrice segreta e pertanto inquisitoria immanente a tale fase – da contegni ostruzionistici tesi all’inquinamento delle medesime se al contempo si consentisse la piena conoscibilità degli atti di indagine alla generalità del pubblico mediante la pubblicazione;

In seno alla disciplina appena descritta – e si precisa: pur per sommi capi e senza alcuna pretesa di esaustività – l’interprete può comprensibilmente risultar colpito da una deroga all’art. 114 c.p.p., in virtù della quale si consente al Pubblico Ministero procedente di escludere il segreto e permettere, quindi, la pubblicazione di singoli atti o di parti di essi quando ciò risulti necessario per la prosecuzione delle indagini (art. 329, comma 2, c.p.p.).

Il potere dell’Accusa di porre in essere questo meccanismo di desecretazione appare del tutto avulso da qualsivoglia rigoroso presupposto processuale, tant’è che diviene pressoché impossibile l’effettuazione di un vaglio di legittimità – circa la necessarietà dell’esigenza di pubblicazione ai fini della prosecuzione delle investigazioni – da parte dei soggetti indagati e, viepiù, dai loro difensori.

Questo meccanismo di esclusiva pertinenza del Magistrato Indagante non può che svilire la rigida procedura stigmatizzata dal Legislatore per l’ammissibile disposizione delle operazioni di intercettazione (come sopra abbiamo evidenziato). Questo rigorismo attuato in favore dello studiato mezzo di ricerca della prova non può che divenire vacuo a fronte di un’eccessiva idolatria espressa a favore del diritto di cronaca giudiziaria (e ciò a seguito della consentita pubblicazione): quest’ultimo diritto, difatti, risulta sin troppo spesso preso a pretesto da parte della Magistratura Inquirente al fine di giustificare malcelate ed indebite intrusioni a danno della sfera intima dei soggetti indagati, non senza anche cagionare penetranti ripercussioni a discapito di soggetti accidentalmente menzionati negli atti di indagine, sebbene totalmente estranei nei riguardi di qualsivoglia contegno criminoso.

Colui che (consente o che) pretende di esercitare il diritto di cronaca – segnatamente: di cronaca giudiziaria – è spesso dimentico del fisiologico limite invalicabile che il medesimo ritrova a fronte del rispetto di altri diritti fondamentali, parimenti sanciti dalla Costituzione, in quanto attinenti alla pari dignità sociale di tutti i cittadini: si pensi agli inviolabili diritti all’onore, alla reputazione, al decoro, all’identità personale ed alla riservatezza, tutti costituzionalmente garantiti.

Troppo di sovente, difatti, il raccordo operante tra gli Uffici delle diverse Procure della Repubblica ed i veicoli di divulgazione dell’industria culturale viene a risultare eccessivamente propizio in ordine alla formulazione di ipotesi accusatorie di stampo prettamente mediatico e, pertanto, modulabili atecnicamente per mano della incompetente vox populi.

Accuse che, oltre a portare in prima pagina il presunto reo (che, ricordiamolo, riveste ancora la qualifica di persona sottoposta alle indagini), non mancano altresì di porre in luce dei soggetti i quali – pur nelle loro vesti di comparse di quanto storicamente accaduto – risultano del tutto avulsi dal fatto-reato propriamente inteso.

Questi ultimi, difatti, costretti all’interno della creatasi “gabbia mediatica”, vengono spesso a subire forti pregiudizi a cagione dell’indicazione delle loro generalità (tutt’al più riportate per esteso), nonché della collocazione dei loro profili identitari sotto l’egida di moniti accusatori risultanti, di certo, più confacenti ad un sistema di matrice inquisitoria (o sia stigmatizzato dalla scrittura e a discapito del sommo valore dell’oralità del contraddittorio nella formazione della prova).

Del resto, questo c.d. “giornalismo di trascrizione” – soprattutto in virtù dell’evidente frammentarietà di notizie riportate soltanto “per estratto”, rispetto all’integrità della documentazione originale – non può che determinare una perdita di qualità dell’informazione.

Pertanto, risulteranno presto agevoli le accuse mosse dalla popolazione a carico di Tizio o di Caio, e tanto sulla sola base di apparenze, ipotesi congetturali, per aver letto o – il più delle volte – sentito una determinata opinione promanante dal più risonante mass media del momento tramutandola, in men che non si dica, in vera e propria lege scripta.

A tal fine, vivo più che mai resta ancor oggi il monito dell’Alessandro di Milano, riportato nella sua celebre “Storia della colonna infame” e volto a recriminare – non senza amarezza – quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a proprio piacimento, allo scopo di procurarsi una scusa atta, però, a (mal)celare una colpa.

Ancora il Garante Italiano, in una recente intervista, ha affermato:

“Le intercettazioni irrilevanti non dovrebbero essere trasmesse nel processo. Ce ne possono essere di contesto, utili nella fase dibattimentale, ma non è necessaria la trascrizione integrale, basta un riassunto o solo il contenuto”

E’una proposta processualmente valida?

Siffatta proposta è da reputarsi processualmente valida.

Risulta preliminarmente opportuno verificare le attuali modalità procedurali scolpite dal codice di rito, al fine di prender contezza se la via suggerita dall’Autorità Garante possa ritenersi praticabile.

I difensori delle parti, come si è avuto modo di appurare poc’anzi, risultano opportunamente liberi di intervenire in un procedimento camerale (incidentale) volto all’instaurazione del contraddittorio che – a seguito dell’esame degli atti delle intercettazioni, nonché dell’ascolto delle relative registrazioni – può reputarsi destinato all’espletamento di una cernita, nonché di una meditata selezione del materiale costituente il risultato delle operazioni di intercettazione.

Dopo questo iniziale vaglio dei difensori delle parti avremo quello operato dal G.I.P., il quale potrà disporre l’acquisizione delle conversazioni – purché, sia chiaro, il contenuto delle medesime non appaia irrilevante o vietato ai sensi dell’art. 271 c.p.p – e, successivamente, la trascrizione delle registrazioni che andranno inserite all’interno del fascicolo per il dibattimento.

Questa disciplina annoverante ben due differenti filtri – quello dei difensori delle parti e quello del Giudice per le indagini preliminari – si ritiene già di per sé ossequiosa delle esigenze avanzate dal Garante della Privacy.

Tuttavia, si auspicherebbe l’attuazione di un modus agendi che risulti sempre scrupoloso in ordine a certi estratti di intercettazioni, i quali, magari, nulla avrebbero a che vedere con l’addebito provvisorio – sino a quel momento – formalizzato per mano delle Autorità Inquirenti.

Difatti, qualora tali filtri si dimostrassero fallibili, non remoto parrebbe il pericolo di far convogliare – all’interno del fascicolo dibattimentale – profili identitari e contesti situazionali del tutto avulsi rispetto al thema di indagine sinora percorso.

Ben può comprendersi, pertanto, il rischio di vere e proprie minacce alla riservatezza di soggetti magari estranei alle dinamiche processuali, i quali, spogliati di ogni garanzia (in quanto non indagati e né tantomeno imputati, né soggetti e né parti processuali) potrebbero ritrovarsi fisiologicamente danneggiati dal principio di pubblicità immanente al giudizio dibattimentale.

Difatti, come è noto, l’ingresso al dibattimento di siffatti atti (contenuti nel fascicolo per il dibattimento) potrebbe derivare dalle c.d. letture consentite – ai sensi dell’art. 511 c.p.p. – non senza potenzialmente recar pregiudizi ai diritti fondamentali di soggetti così indebitamente coinvolti.


  1. Glenn Greenwald, No Place to Hide – Sotto Controllo, Rizzoli, 2014 

Info sull'Autore

Marco Casella

Avvocato del foro patavino
Mi occupo di diritto penale.

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