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Internet e processo: quando i social network influenzano la competenza territoriale del giudice

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Scritto da Davide Cappa

Nell’epoca di internet sono molto comuni anche i reati commessi col mezzo telematico, agevolati dal potersi nascondere dietro ad un nickname, o comunque allo schermo di un computer proviamo ad analizzare tali fattispecie, con riferimento al locus commissi delicti ed alla competenza territoriale del giudice penale.

(Foto di Melina Sampaio Manfrinatti, Flickr)

Oggigiorno, internet è uno strumento senza dubbio utile, pur essendo il suo utilizzo colmo di pericoli.

Non manca chi, infatti, celandosi dietro falsi nomi e fantasiosi nick name, offende – codardamente – l’onore e il decoro di una persona; né manca chi, convinto che l’anonimato offerto dal web possa garantirgli l’impunità, si serve di internet per aggirare i cittadini-utenti al fine di procurare a sé od altri un ingiusto profitto; né sono pochi, purtroppo, i tristi episodi di cyberbullismo commessi in rete che narrano i media.

Al di là degli aspetti sociologi di tali reati, è interessante riflettere sull’influenza esercitata dal web e dai social network sulle regole predisposte dal legislatore per individuare il giudice penale territorialmente competente; ciò, se non altro, perché le regole canonizzate agli articoli 8, 9 e 10 c.p.p. sono funzionalmente dirette a garantire il principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge.

Certamente, quando nel 1988 il legislatore ha introdotto la disciplina sulla competenza territoriale del giudice penale, non poteva immaginare che l’avvento di internet ne avrebbe reso difficile l’applicazione, né, comunque, che esso sarebbe diventato un utile strumento di difesa per il difensore dell’imputato.

Inutile dire che la regola generale del locus commissi delicti – per vero, non univoca – diventa di difficile applicazione allorquando il reato sia commesso a mezzo internet.

Si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui vengano pubblicate su web frasi ingiuriose: in tali casi, è lecito chiedersi se il momento consumativo di tale reato corrisponda alla data di prima pubblicazione della “notizia”, se esso coincida con la sua immissione in rete, ovvero se collimi con il primo accesso del “visitatore” destinatario.

Analoghi interrogativi sorgono poi con riferimento alla creazione di un falso account su social network.

Tale reato è pacificamente riconducibile all’ipotesi delittuosa di sostituzione di persona, prevista e punita dall’art. 494 c.p.p. Ma, al di là del pacifico rilievo, persiste la solita difficoltà: dove e quando si consuma la condotta penalmente rilevante?

In assenza di una normativa specifica che detti regole di individuazione del giudice penale territorialmente competente allorquando il reato sia commesso in rete, spetta alla giurisprudenza dare risposta agli interrogativi sopra indicati.

Rimanendo nell’alveo degli esempi sopra riportati, ed in particolare nell’ipotesi in cui si proceda per il reato di diffamazione commesso a mezzo internet, la Cassazione ha avuto modo di precisare – pacificamente – che in tali casi debba osservarsi la regola di cui all’art. 9, comma 2, c.p.p. per la quale, in via sussidiaria, è competente il giudice della residenza, della dimora o del domicilio dell’imputato.

Pur essendo molte le pronunce sul punto, è pressoché identico – e condivisibile – l’iter logico argomentativo adottato dalla Suprema Corte a fondamento del proprio convincimento.

Il reato di diffamazione – sostiene la Corte – è un reato di evento c.d. psicologico, inteso quest’ultimo come avvenimento esterno all’agente e causalmente collegato al suo comportamento; il reato, dunque, è integrato quando il destinatario della condotta penalmente rilevante percepisce l’offesa al proprio onore e decoro.

L’utilizzo di internet, tuttavia, rende oltremodo difficile l’individuazione del luogo in cui il reato si consuma, perché, in un’era in cui tutti possono accedere liberamente e da ogni luogo al web, è impossibile determinare quello in cui la persona offesa percepisce il contenuto diffamatorio delle dichiarazioni, immagini o notizie che lo riguardano.

Ergo – conclude la Corte – non può applicarsi il principio del locus commissi delicti, né – aggiunge chi scrive – tutti i criteri sussidiari ad esso1.

A termini di legge, l’orientamento della giurisprudenza di legittimità è del tutto condivisibile. Acclarata l’impossibilità di determinare il momento consumativo del reato ogni qualvolta questo sia commesso a mezzo internet, l’unico rimedio certo rimane quello indicato all’art. 9, comma 2, c.p.p.. Resta, però, incontrovertibile un dato: i concetti di “server” ed ”internet provider” rimangono frecce appuntite nella faretra del difensore che, sapientemente scoccate, possono determinare la trasmissione degli atti da un Tribunale ad un altro, facendo utilmente maturare i termini prescrizionali.

Ad ogni modo, considerato il sempre maggior utilizzo della rete per commettere taluni reati, è auspicabile che il legislatore intervenga in materia con un provvedimento ad hoc, riconoscendo eventualmente valore legale ad un orientamento giurisprudenziale ormai pacifico.


  1. In questi termini, Cass. pen., Sez. I, 26 aprile 2011, n. 16307. Nello stesso senso, anche Cass. pen., Sez. 5, 21 giugno 2006, n. 25875; Cass. pen., Sez. I, 26 gennaio 2011, n. 2739 e Cass. pen., Sez. I, 26 aprile 2011, n. 964. Tale orientamento è incontestato, peraltro, anche nella giurisprudenza di merito. Cfr. sul punto, Tribunale di Bari, 26 aprile 2012, n. 92. 

Info sull'Autore

Davide Cappa

Dottore in giurisprudenza e praticante avvocato iscritto all'Ordine degli Avvocati di Padova, appassionato di diritto penale tributario, ambientale e digital crime.

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