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Molestie ed e-mail invasive. Quando può dirsi integrata la fattispecie di reato?

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Scritto da Sara Calisti

Introduciamo una disamina del reato di molestia, in particolare valutando l’applicabilità di tale reato all’invio continuo di e-mail. Ci chiediamo precisamente se l’invio di e-mail invasive o intimidatorie possa essere considerata molestia, o se possa configurare una diversa fattispecie di reato.

(Foto di Maria Elena, Flickr)

Il reato di molestia e la sua integrazione.

Il reato di molestia, anche detto reato di disturbo alle persone, è disciplinato dall’art. 660 c.p., il quale punisce chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il mezzo del telefono, rechi a qualcuno molestia o disturbo per petulanza o per un qualsiasi biasimevole motivo.

L’elemento caratterizzante il reato in questione consiste nel molestare taluna persona. Occorre quindi comprendere il significato di molestia al fine di capire quando si possa ritenerne integrato il suddetto reato.

La giurisprudenza ha individuato i confini entro i quali è possibile racchiudere l’atto di molestia e pertanto ritenere applicabile la fattispecie di cui all’art. 660 c.p.

Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, ai fini della configurabilità del reato di molestie, previsto dall’art. 660 cod. pen., per petulanza si intende un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nella altrui sfera di libertà, con la conseguenza che la pluralità di azioni di disturbo integra l’elemento materiale costitutivo del reato e non è, quindi, riconducibile all’ipotesi del reato continuato”1.

Pertanto per ritenersi integrato il reato di molestia è necessario che il comportamento tenuto sia caratterizzato da insistenza ed invadenza, ovvero la condotta deve essere idonea ad alterare il normale equilibrio psichico della vittima ed a determinarne una modifica delle normali condizioni di vita.

Il reato di cui all’art. 660 c.p. sarà dunque integrato quando un soggetto disturbi l’altrui sfera privata con ripetute chiamate o continui sms, i quali non devono lasciare la vittima indifferente.

E se il disturbo avviene tramite e-mail?

Premesse breve considerazioni in riferimento al reato di molestia, è necessario sottolineare che il reato in questione non si configura tramite il semplice invio di messaggi di posta elettronica, per una serie di motivi che verranno di seguito elencati.

Secondo un’interpretazione letterale della fattispecie, un primo motivo per cui non può ritenersi violato il reato di cui all’art. 660 c.p. qualora avvenisse tramite mail, consiste nel fatto che l’art. 660 c.p. menziona esclusivamente il termine telefono.

Il reato di molestia punisce infatti il disturbo arrecato con il mezzo del telefono e non può essere interpretato estensivamente in modo da ricomprendere le e-mail che determinino un turbamento fastidioso nei confronti del destinatario. Pertanto quest’ultima condotta non è prevista dalla legge come reato, risultando non punibile.

Un secondo motivo consiste nel fatto che l’invio di mail, a differenza di ciò che avviene tramite l’uso del telefono, non determina un’immediata interazione fra il mittente ed il destinatario della comunicazione, e pertanto, non determina alcuna intrusione nella sfera privata di un soggetto2.

Il disturbo determinato con l’uso del telefono deve considerarsi direttamente invasivo poiché il destinatario della telefonata o del messaggio non può sottrarsi agli stessi se non disattivando l’apparecchio telefonico. Il destinatario di una mail invece, può sottrarsi alla stessa dal momento che prima di leggerla può sempre cestinarla.

Ciò che in pratica differenzia la molestia arrecata tramite l’uso del telefono e la molestia tramite l’uso della mail sta nel fatto che nella seconda manca l’elemento della sincronia e della interattività immediata fra mittente e destinatario, elemento indispensabile per ritenersi violato il reato di cui all’art. 660 c.p.

Con l’innovazione tecnologica però, con la quale i telefonini diventano sempre più dispositivi simili a veri e propri computer, c’è il rischio che il confine fra la molestia con l’uso del telefono e la molestia attuata con l’invio di mail diventi minimo. Ciò avuto riguardo anche alla pervasività delle notifiche sul dispositivo mobile.

Attraverso lo strumento della notifica sul dispositivo, infatti, ci si sta avvicinando sempre di più al concetto di “sincronia”, che ad oggi permette ad esempio di far rientrare le molestie tramite SMS nella fattispecie penale in oggetto3.

Risulta pertanto probabile, o quanto meno possibile ed auspicabile, che la giurisprudenza in un prossimo futuro modifichi il proprio orientamento e comprenda nel reato di molestia anche quelle condotte dannose svolte con l’invio di posta elettronica, vista l’evoluzione tecnologica in merito.

Si può in ogni caso ritenere che il disturbo arrecato con l’invio di mail, anche se non integrante il reato di molestia di cui all’art. 660 c.p., possa determinare la realizzazione del reato di atti persecutori (c.d “stalking”) di cui all’art. 612bis.


  1. Cass. Pen. 24.11.2011 n. 6908. 
  2. Cass. pen., 06.09.2012, n. 44855. 
  3. Secondo la Cass. pen. Sez. I, 24/06/2011, n. 30294, infatti La disposizione di cui all’art. 660 cod. pen. punisce la molestia commessa col mezzo del telefono, e quindi anche la molestia posta in essere attraverso l’invio di “short messages system” (SMS) trasmessi attraverso sistemi telefonici mobili o fissi. 

Info sull'Autore

Sara Calisti

Laureata in Giurisprudenza e praticante Avvocato. Sono appassionata di diritto penale e diritto di famiglia. Mi occupo di diritto penale.

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