PRIVACY

Continui dubbi su efficacia e modalità attuative del diritto all’oblio

Da quando nel maggio 2014 è stata emessa e pubblicata la decisione sul caso Gonzales – Google Spain, nella causa C-131/12, non può certo dirsi che si sia chiarito il concetto di diritto all’oblio. Ci sono sempre più perplessità, sia circa la portata locale del l’esercizio di tale diritto, sia circa la reale efficacia della procedura di de-indicizzazione.

la sentenza

Nel maggio 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea decideva, a chiusura del procedimento C-131/12, che i motori di Ricerca dovevano essere ritenuti Responsabili del trattamento dei dati personali, con ogni effetto di legge, tra cui la possibilità, da parte degli utenti, di esercitare i diritti derivanti dal Codice della Privacy.

Tra i diritti riconosciuti agli utenti, si ricorda, ci sarebbe stato anche quello all’attualizzazione delle notizie, nonché di de-indicizzazione dei contenuti considerati non più attuali e/o pertinenti.

Nulla di nuovo. Tali diritti erano, e sono, tutt’ora garantiti dal Codice della Privacy. La novità della pronuncia giurisprudenziale consisteva nel modo in cui Google deve essere considerata rispetto ai dati che “tratta”.

Considerare la società come “Responsabile del Trattamento” impone una responsabilizzazione di tale soggetto. Senza soffermarsi qui sui reali poteri di tale figura, ci basti sapere che così facendo si è data agli utenti la possibilità di chiedere direttamente al gestore del noto motore di ricerca, o agli altri competitors, di rimuovere dalla SERP (in pratica dalla pagina in cui vengono mostrati i risultati di ricerca) ogni dato che si consideri non più attuale e non più rilevante.

Prima la stessa operazione poteva essere richiesta solamente alla testata giornalistica, o al sito che aveva pubblicato la notizia. Tale soggetto poteva agire, ad esempio, modificando il file robot.txt, indicando l’indirizzo del contenuto che non avrebbe più dovuto apparire e/o essere indicizzato.

Il vantaggio di rivolgersi direttamente al motore di ricerca consiste nell’utilizzo di una procedura unificata. Appena da una ricerca appare un link che riteniamo in contrasto con il nostro diritto all’oblio basta inviare una richiesta al motore di ricerca. Questo valuterà il nostro diritto a vederla rimossa dalla SERP.

Google eletto a giudice dei nostri diritti

Ciò che lascia perplessi in questa procedura è che il garante dei nostri diritti, o di quello che ora chiamiamo “diritto all’oblio”, è Google, ovvero una società privata che decide in autonomia cosa sia giusto o cosa sia sbagliato.

Così facendo abbiamo attuato una negoziazione dei nostri diritti, ponendoli nelle mani di un soggetto privato che, come noi, interpreta in autonomia una decisione comunitaria.

Si è voluto interpretare il diritto di opposizione e di attualizzazione dei contenuti, a tutela diritto alla Privacy, come uno strumento assimilabile al “notice and take down“. Tale strumento, tuttavia, per quanto sia corretto e funzionale, può funzionare contro evidenti lesioni di diritti morali o patrimoniali, di proprietà industriale ed intellettuale, ma non come forma di equilibrio tra diritto il diritto all’informazione ed il diritto di un soggetto di sparire dal web.

Attenzione, non vogliamo avvalorare la tesi interpretativa di Google, così come non vogliamo porci ad eremo delle tesi di tutela incondizionata del diritto alla privacy e del diritto di cronaca.

La perplessità nasce dall’attuale volontà di lasciare nelle mani di un privato decisioni importanti sull’equilibrio di diritti fondamentali.

Abbiamo costituito i giudici, costituzionalizzato il potere giudiziario, ed acclamato il principio del giudice precostituito per legge. Oggi lo critichiamo e vi rinunciamo gridando al miracolo.

Cosa lasciamo decidere a Google

Dal recente rapporto, frutto del lavoro del suo Adivisory Council, pubblicato dal gigante californiano, abbiamo una visione chiara di tale problematica.

Tale documento rappresenta una visione globale dell’approccio di Google al problema descritto, ma altresì alle modalità di gestione dei dati raccolti.

Il motore di ricerca, come detto, è gravato dal rispetto di un ordine generale di rimuovere, su richiesta, contenuti considerati non più attuali e non più pertinenti.

Si badi che la rimozione avviene nella SERP, non dal sito originario in cui la notizia è stata pubblicata.

Secondo il rapporto emesso, Google si è trovata a fare delle scelte per poter concretamente attuare tale ordine del giudice europeo. Tra tutte:

  • Scegliere in autonomia quando una notizia vada considerata non più attuale
  • Scegliere se applicare la decisione anche alle imprese
  • Notificare il sito autore dell’articolo originario circa la richiesta di de-indicizzazione dei contenuti
  • Effettuare la rimozione solo dalle versioni locali dei motori di ricerca, non da Google.com
  • rimuovere le pagine dalla SERP solo quando appaiono cercando il nome del soggetto, non in modo assoluto

Abbiamo inoltre messo nelle mani del Gestore del più utilizzato motore di ricerca in occidente il primo giudizio sull’equilibrio tra diritto di cronaca e diritto di un soggetto a sparire, non essere trovato, e non essere associato ad una notizia.

Tra quelle esposte, le due prese di posizione su cui maggiormente si sono trovati a discutere sono due: la volontà di applicare il diritto all’oblio solo su scala locale; la volontà di notificare le testate giornalistiche che è stata attivata una richiesta di esercizio del diritto all’oblio.

Ciò ha sollevato forti contrasti tra la Società californiana ed i Garanti della Privacy comunitari, sono le preoccupazioni di quest’ultimi che da un lato l’applicabilità su sola scala locale restringa oltre modo il valore dell’esercizio del diritto all’oblio. Ulteriormente vi è un contrasto sulla volontà del motore di ricerca di informare le testate giornalistiche sull’attivazione della procedura di de-indicizzazione: la preoccupazione è che tale azione appaia come effetto boomerang, provocando ulteriore lesione ai diritti fondamentali.

Per quanto invece attiene la questione dell’equilibrio circa l’esercizio del diritto all’oblio e del diritto ad informare, si ribadisce come la stessa Corte di Giustizia abbia riconosciuto che, per quanto i diritti fondamentali dei singoli prevalgano sugli interessi economici degli operatori e sull’interesse pubblico all’accesso alle informazioni, il pubblico stesso ha un interesse che può essere considerato più rilevante; di fatto innalzando il valore del diritto a conoscere e ad essere informati, rispetto al diritto dei singoli.

Concludendo

I punti che lasciano perplessi sono molteplici. Uno su tutti la reale efficacia del modus operandi degli operatori del settore.

Chiedere alla testata giornalistica o al sito internet di inserire l’indirizzo della pagina nel file robot.txt, o di aggiornare la notizia appare senza dubbio, ancora oggi, il modo più completo per far valere il proprio diritto. Infatti, una volta inserita nel robot.txt ogni i motori di ricerca non dovranno più avere accesso a detta notizia, o meglio, evitare di mostrarla tra i risultati di una ricerca.

Per contro, tuttavia, accedere agli strumenti di Google appare più veloce e più efficace. Va ricordato però che hanno effetto solo sull’associazione del nome a quella determinata ricerca: a tutela del diritto di cronaca la notizia apparirà comunque visibile in quanto tale, cercando gli argomenti in essa contenuti, diversi dal nome dei soggetti coinvolti.

Inoltre, loggandosi direttamente a Google.com si potrà accedere ad ogni elemento riferito ad un soggetto, proprio a causa della volontà di limitare ad un effetto locale le richieste di de-indicizzazione.

Non solo, tale effetto si ha anche tramite l’utilizzo di Proxy o VPN.

Il diritto all’oblio rischia pertanto di apparire notevolmente limitato dalla frammentazione legislativa giudiziaria esistente tra USA ed Europa, proprio perché la divergenza normativa impone scelte valutative agli operatori, i quali utilizzano gli strumenti dell’internet per porvi rimedi, che tuttavia appaiono raggirabili usando gli stessi strumenti dell’internet.

Info sull'Autore

Andrea Rinaldo

Laureato in Giurisprudenza ed appassionato di informatica. Mi occupo di proprietà intellettuale, industriale, privacy ed ICT.

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