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Concorrenza sleale da evasione fiscale. La violazione di norme pubblicistiche

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Scritto da Andrea Rinaldo

Succede spesso che un concorrente nel mercato si avvantaggi da condotte illecite. La denuncia alle Autorità, tuttavia, porta solo ad escludere il concorrente dal mercato. Come si può eventualmente agire per il recupero dei danni eventualmente subiti dalla concorrenza sleale?

(Foto di Lending Memo, Flickr)

Introduzione

Spesso si possono osservare diretti concorrenti del mercato, che operano nel medesimo settore merceologico, non rispettare le normative previste. Nella maggior parte dei casi la violazione ricade sul mancato rispetto di norme previste a tutela dei consumatori, o su norme fiscali e tributarie.

Così si vede il proprio concorrente che non rispetta i termini del diritto di recesso, o che lo esclude per determinati beni, o ancora applicare un’imposta sul valore aggiunto agevolata a determinati beni, i quali magari sconterebbero l’aliquota ordinaria.

In tali casi l’unico rimedio appare essere la denuncia del concorrente e la speranza che a seguito dell’indagine questo venga espulso dal mercato. Tuttavia questo non permetterebbe di recuperare i danni subiti dallo sviamento di clientela.

In molti casi infatti la violazione delle norme pubblicistiche permette di operare a prezzi inferiori. Pensiamo all’evasione fiscale. L’azienda che non versi le imposte potrà operare a prezzi nettamente inferiori rispetto ai concorrenti, attirando nel suo negozio una lunga schiera di clienti attratti dai prezzi più vantaggiosi.

Ciò capita sicuramente con l’imposta sul valore aggiunto. Pensiamo ad un bene che normalmente viene venduto con aliquota ordinaria del 22%. Ora pensiamo ad un concorrente che venda il medesimo bene con aliquota ridotta del 4%. Poniamo che i due concorrenti agiscano sullo stesso mercato di riferimento, ovvero via internet.

L’utente che ricerchi quel prodotto, che non sia affezionato all’uno o all’altro venditore, andrà certamente da quello che propone il prezzo inferiore, cioè da quello che applica l’IVA al 4%.

Al contempo pensiamo ad un imprenditore che violi il codice del consumo proponendo nel suo e-commerce prodotti a prezzi decisamente bassi (cd. prezzi civetta), ma che alla scelta di pagare tramite circuiti bancari o PayPal riversi sul cliente il costo della transazione, aumentando così il prezzo di acquisto. In tal modo il cliente entra nel negozio online e scopre solo alla fine che per determinati mezzi di pagamento vi è un ulteriore esborso monetario.

L’articolo 3, comma 4, del d.lgs. 11/2010, prevede infatti che “Il beneficiario non può applicare spese al pagatore per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento”.

Inoltre, dal 13 giugno 2014, l’art. 62 del Codice del Consumo, come modificato dal D.lgs. 21/2014, prevede espressamente: “Ai sensi dell’articolo 3, comma 4, del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, i professionisti non possono imporre ai consumatori, in relazione all’uso di determinati strumenti di pagamento, spese per l’uso di detti strumenti, ovvero nei casi espressamente stabiliti, tariffe che superino quelle sostenute dal professionista.”

Nel caso in cui un diverso soggetto imprenditore che, nel rispetto della normativa, sostenga direttamente il costo o pratichi un rialzo generalizzato del prezzo, si troverà a subire un danno. Nei motori di ricerca, infatti, i suoi prodotti appariranno più costosi rispetto agli altri, poiché sostiene egli stesso il prezzo del mezzo di pagamento.

La concorrenza sleale

La libera concorrenza è principio fondamentale del nostro ordinamento, ed essa deve svolgersi secondo forme che non ledano gli interessi dell’economia nazionale (Art. 2595 c.c.).

Il comportamento concorrenzialmente sleale viene infatti sanzionato secondo le previsioni di cui all’art. 2598 c.c. Tale articolo prevede una lista di comportamenti tipizzati, che producono concorrenza sleale tra imprenditori.

Tra i comportamenti tipizzati troviamo la creazione di confusione tra prodotti, l’utilizzo illecito di marchi altrui, l’appropriazione di pregi altrui. Troviamo altresì una clausola generica, ovvero la condotta di concorrenza sleale protratta mediante l’avvalimento di mezzi direttamente o indirettamente non conformi a correttezza professionale e idonei a danneggiare l’altrui azienda.

Non ogni professionalmente scorretto può tuttavia configurare concorrenza sleale. I requisiti che devono sussistere affinché si possa rientrare nella fattispecie sono essenzialmente due:

  • Qualifica di imprenditore dei soggetti coinvolti
  • Rapporto di concorrenza tra i soggetti coinvolti

La qualifica di imprenditore

La normativa presuppone che tra i soggetti vi sia un “rapporto di concorrenzialità”. Inoltre il punto 3, dell’art. 2598 c.c., parla espressamente di “danneggiare l’altrui azienda”.

La qualifica di imprenditore appare quindi necessaria per poter accedere alla tutela sopra descritta. Tuttavia andrebbe fatta un’ulteriore distinzione. Tra il soggetto attivo (che mette in atto la condotta) ed il soggetto passivo (che subisce la condotta sleale).

Nel caso di soggetto passivo il citato punto 3 presupporre certamente il concetto (e l’esistenza) di un imprenditore che organizza quel complesso di bene per l’esercizio dell’impresa denominato azienda, definito dall’art. 2555 c.c.

Nel caso del soggetto attivo, invece, la verifica appare certamente più complessa. L’art. 2598 cpv c.c. parla infatti di “Chiunque” ponga in essere una condotta, aprendo la possibilità ad effettuare concorrenza sleale da parte di qualunque soggetto che ponga in essere condotte professionalmente scorrette.

Sul punto la giurisprudenza è intervenuta, ribadendo che l’art. 2598 c.c. è posto a tutela di quanti rivestono la qualifica di imprenditori e, di conseguenza, può essere azionata solo da costoro (Tribunale di Genova del 10.5.2006, Appello Napoli del 4.6.2008). Inoltre il rapporto di concorrenzialità appare un presupposto soggettivo necessario (Cass. 17459/2007).

Va tuttavia considerato che il rapporto di imprenditorialità, in tal caso, va ben oltre la definizione di cui all’art. 2082 c.c., ma dovrà essere valutata sul piano tecnico-operativo, dove potrebbe assumere connotazione di imprenditore anche un soggetto che non rientri in detta definizione.

Il rapporto di concorrenza

Il secondo presupposto è che i due soggetti, il soggetto attivo ed il soggetto passivo degli atti di concorrenza sleale, si trovino tra di loro in rapporto di concorrenza. Devono infatti offrire nello stesso ambito di mercato beni o servizi rivolti alla stessa clientela o a soddisfare lo stesso bisogno.

La giurisprudenza e la dottrina parlano a tal proposito di mercato di sbocco 1 , vale a dire della concreta possibilità di espansione dell’impresa all’interno di aree territoriali.

Il concetto risulta essere altresì interpretato in modo ampio. viene infatti riconosciuto da dottrina e giurisprudenza la possibilità che il rapporto concorrenziale sia solo potenziale, con riferimento ai profili merceologici, territoriali e temporali dell’attività.

Una prima applicazione pratica

Fatta questa dovuta premessa proviamo a prendere un caso ai fini del nostro esame.

Prendiamo quello già proposto in apertura, di due soggetti che cedano i medesimi beni attraverso i canali di e-commerce. Pensiamo altresì che uno di tali soggetti sia una regolare azienda che paga i tributi e l’altro agente non versi alcunché all’erario.

Ora, il primo requisito richiesto (il requisito soggettivo dell’imprenditorialità) parrebbe comunque sussistere. Sebbene infatti il secondo imprenditore eserciti la propria attività di impresa in modo completamente abusivo, comunque potrà rientrare nella definizione ampia di imprenditore, esercitando un’attività di impresa ai fini della produzione e dello scambio di beni e/o servizi.

In secondo luogo dobbiamo valutare se i due soggetti siano tra di loro in rapporto concorrenziali. Abbiamo detto infatti che i due concorrenti cedono i medesimi beni attraverso un canale e-commerce. Ebbene, data la natura del mezzo di comunicazione e scambio i due soggetti operano nel medesimo mercato. Effettuando una ricerca online, infatti, i due apparirebbero affiancati nella SERP (pagina dei risultati di un motore di ricerca), e l’utente andrebbe nel sito del soggetto che vende beni al prezzo inferiore.

Il danno si produce nel momento stesso in cui il soggetto entra nel sito del concorrente.

Definito ciò, dobbiamo valutare in quale ipotesi di concorrenza sleale si rientri nel caso in esame.

Le fattispecie di concorrenza sleale

Esistono plurime fattispecie di concorrenza sleale descritte dall’art. 2598 c.c.

Aldilà delle ipotesi tipiche, delineate ai punti 1 e 2 di tale articolo, nel caso in esame interessa l’analisi della clausola generale di scorrettezza professionale e dell’idoneità della condotta a danneggiare l’altrui azienda.

Il problema intrinseco di tale definizione ampia e generale è, tuttavia, la possibilità di delineare un concetto unitario del termine correttezza professionale. Senza approfondire oltre in questa sede, ci basti pensare che la giurisprudenza maggioritaria2, sostiene che al fine di trarre un concetto unitario della correttezza professionale si deve fare riferimento, ai sensi dell’art. 41 Costituzione, al valore guida che assume tale proposizione.

Tale valore guida sarebbe violato ogni qualvolta il mercato, ed il suo equilibrio, risulti compromesso, anche in assenza di violazione di una delle ipotesi tipiche di cui all’art. 2598 c.c.

Gli atti di concorrenza sleale, inoltre, devono essere idonei a danneggiare l’altrui azienda. Anche qui, non è necessario che il danno sia concreto, ma è sufficiente che l’atto sia idoneo a produrre un danno. Il danno appare pertanto in re ipsa nell’azione professionalmente scorretta.

Infatti, ai fini della prova del danno subito, è stato ritenuto sufficiente anche l’allegazione di un bilancio da cui si rilevi un decremento degli utili a seguito dell’azione del concorrente (Appello Roma del 23.6.2008).

La violazione di norme pubblicistiche

Definito che nel caso in esame sia applicabile la disciplina della concorrenza sleale, appare necessario definire quale tra le disposizioni di cui all’art. 2598 c.c. sia applicabile al caso analizzato.

Sebbene il terzo punto sia una ipotesi generale, a cui possono essere ricondotte plurime fattispecie, nel tempo dottrina e giurisprudenza hanno consolidato una serie di ipotesi che nella prassi si sono tipizzate. Tra tali ipotesi rientrano la vendita sottocosto, lo storno di dipendenti, la concorrenza parassitaria, etc.

Esiste tuttavia un’ipotesi che molto spesso viene fatta passare in secondo piano, o non viene analizzata, vale a dire quella della concorrenza sleale per violazione di norme pubblicistiche.

Tale condotta sarebbe attinente a quella del soggetto che operi nel mercato violando una norma prevista per la tutela e la stabilità dell’ordinamento. Ad esempio, nel caso in esame, nella condotta del soggetto che operi nel mercato evitando di versare le imposte.

Sul punto l’orientamento giurisprudenziale prevalente ha già avuto modo di sostenere che la violazione di norme pubblicistiche può costituire concorrenza sleale, ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c., nella sola ipotesi in cui si concretizzi una condotta illecita direttamente incidente sul mercato e sull’attività dei concorrenti. 3.

Allo stesso modo, la semplice prova della violazione da parte del concorrente di una o più norme pubblicistiche di settore non dimostra, di per sé, che a quella violazione corrisponda anche un atto di concorrenza sleale.

Ciò poiché tali norme non sono dirette alla tutela della concorrenza tra imprenditori privati ma hanno ad oggetto la tutela di altri interessi di rilevanza pubblicistica e deve perciò essere dimostrato che da questa violazione sia derivato un ingiusto svantaggio competitivo al concorrente che, invece, rispetta le normative di settore e ne sopporta i costi4.

La violazione delle norme pubblicistiche, infatti, è sufficiente a integrare la fattispecie illecita di cui si tratta laddove essa sia stata causa diretta della diminuzione dell’altrui avviamento. Ciò accade quando è la violazione di legge in sé a produce il vantaggio competitivo nel mercato. 5

Ciò detto appare come nel caso in esame, accertata la sussistenza dei requisiti necessari per l’applicabilità dell’art. 2598 c.c., si possa rientrare altresì nell’ipotesi di cui al n. 3 della medesima norma.

Appare certamente agevole pensare che il soggetto che si pone nel mercato violando le norme fiscali e tributarie commetta illecito concorrenziale come qui descritto.

Inquadrare tale condotta nel caso di illecito concorrenziale permetterebbe all’operatore del mercato, leso da tale condotta, di agire per il risarcimento del danno. Una volta accertato, infatti, che il concorrente abbia agito in violazione di norme pubblicistiche, traendo un ingiusto vantaggio da tale condotta, il soggetto leso potrebbe certamente agire per il ristoro del danno subito dalle mancate vendite.

Non solo, sarebbe plausibile rappresentare la possibilità di agire cautelarmente ex art. 700 cpc laddove la violazione di norme pubblicistiche sarebbe prospettabile in concreto.

Nel caso di specie il requisito del fumus boni iuris potrebbe infatti essere dato dalla semplice analisi del sito web del concorrente, mentre il periculum in mora potrebbe essere ricavato dal danno che potrebbe derivare dal continuo operare abusivo del concorrente.

Il risultato sarebbe quello di riuscire ad inibire all’operatore che operi in modo professionalmente scorretto di continuare ad operare nel mercato, fintanto agendo successivamente per il risarcimento del danno.

Tuttavia tale ultima azione risulterebbe sconveniente, in quanto il ricorrente dovrebbe sopportare i costi del procedimento cautelare, quando invece basterebbe una denuncia alle autorità competenti, che poi procedano in autonomia per rilevare le infrazioni. Tuttavia esistono casi in cui gli imprenditori non possono agire direttamente rispetto alle Autorità Garanti, essendo quest’ultime messe a tutela di cittadini. In tali casi tornerebbe senz’altro utile avviare un procedimento cautelare.

 

 

 


  1. Cass. civ. Sez. VI – 1 Ordinanza, 17/05/2013, n. 12136. 
  2. Cass. Civ. del 1997, n. 11859. 
  3. Trib. Torino Sez. spec. propr. industr. ed intell. Ordinanza, 13/06/2011. 
  4. Trib. Torino Ordinanza, 17/08/2011. 
  5. Cass. civ. Sez. I, 27/04/2004, n. 8012. 

Info sull'Autore

Andrea Rinaldo

Laureato in Giurisprudenza ed appassionato di informatica. Mi occupo di proprietà intellettuale, industriale, privacy ed ICT.

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