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Capire e conoscere: la procedura di Notice and Take Down in Europa

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Scritto da Andrea Rinaldo

Sentiamo spesso parlare della procedura di “Notice and Take Down”. Ne sentiamo parlare anche indirettamente, o la denominiamo in differenti modi, ma molto probabilmente non ci siamo mai chiesti dove tragga il proprio fondamento normativo nel contesto europeo. Proviamo a chiarire tale istituto.

(Foto di Dennis Skley, Flickr)

Cos’è il “Notice and Take Down”

Innanzitutto spieghiamo cosa vada inteso per “Notice and Take Down”, letteralmente traducibile in “Notifica e rimozione”. E’ la procedura di notifica ad un soggetto, fornitore di un servizio di comunicazione, che un determinato contenuto viola i diritti di un altro soggetto, o che un contenuto è illecito. Alla ricezione della notifica il soggetto fornitore di un servizio di comunicazione sarà tenuto a rimuovere quel contenuto.

Tale procedura viene ad oggi utilizzata sopratutto a tutela della proprietà industriale ed intellettuale, per segnalare contenuti illecitamente condivisi, o l’utilizzo di segni distintivi senza consenso del titolare. Ma ha avuto moltissime altre applicazioni e funzioni, anche a tutela di diritti fondamentali.

Esemplifichiamo per chiarire il concetto. Qualche tempo fa ci fu un caso molto particolare che coinvolse Youtube, al tempo già controllata da Google, passato alla storia come “Google vs Vivi Down“. In breve, per chi non avesse seguito la vicenda, venne condiviso da parte di alcuni ragazzi un video dove veniva schernito un ragazzo disabile, nonché l’associazione che curava detto ragazzo, la Onlus Vivi Down.

Il video venne ricondiviso molto velocemente ed apparve in poco tempo tra i video più popolari di Youtube, nella categoria “video divertenti”.

Ci fu una richiesta da parte di Vivi Down alla rimozione del contenuto, che però venne effettivamente attuata da parte di Google solo in un tempo successivo, quando il video era già stato visto da un cospicuo numero di persone.

Successivamente si radicò la causa di merito, che portò a far riconoscere in capo a Youtube la posizione di fornitore di servizio di hosting, quindi l’assenza di responsabilità per aver comunque agito rimuovendo il contenuto.

Tornando alla rimozione del video. Vivi Down potee richiederne a Google la rimozione attraverso lo strumento del “Notice and Take Down”, ovvero tramite la segnalazione al fornitore di servizi che il contenuto era lesivo di un diritto.

La previsione legislativa del “Notice and Take Down”

A livello dispositivo, con riguardo all’applicabilità all’area europea, detto strumento è positivizzato dalla direttiva 2000/31/CE (Direttiva sul Commercio Elettronico), recepita in italia dal D.Lgs. 70/2003.

In realtà la disposizione non prevede una vera e propria procedura di Notice and Take Down sul modello di quella statunitense, ma il principio è molto simile e gode di applicazione analoga.

L’articolo 14 della citata disciplina prevede i diritti spettanti all'”Hosting“:

  1. Gli Stati membri provvedono affinché, nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non sia responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore:
    > a) non sia effettivamente al corrente del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dell’informazione, o
    > b) non appena al corrente di tali fatti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso.
  2. Il paragrafo 1 non si applica se il destinatario del servizio agisce sotto l’autorità o il controllo del prestatore.
  3. Il presente articolo lascia impregiudicata la possibilità, per un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa, in conformità agli ordinamenti giuridici degli Stati membri, di esigere che il prestatore ponga fine ad una violazione o la impedisca nonché la possibilità, per gli Stati membri, di definire procedure per la rimozione delle informazioni o la disabilitazione dell’accesso alle medesime.

Come detto, la normativa disciplina i diritti dell’Hosting, ovvero di quel soggetto che offra un servizio di memorizzazione delle informazioni fornite da un utente, destinatario di un suo servizio.

Tornando all’esempio sopra descritto, Youtube offre certamente un servizio di hosting in quanto permette agli utenti del sito di memorizzare informazioni e contenuti nei propri server.

Il problema pratico che si è posto il legislatore comunitario, e che si è cercati di risolvere, è che l’operatore che offre un servizio di hosting non può essere ritenuto responsabile nel caso in cui gli utenti, che abbiamo il diritto di caricare dati nei suoi server, immettano contenuti illeciti. Se così non fosse si responsabilizzerebbe troppo troppo l’operatore, de facto impedendogli di esercitare la propria attività, se non a costi notevolmente elevati.

Sarebbe infatti altamente costoso, se non al lato pratico impossibile da parte di un fornitore di servizi di Hosting, controllare fisicamente ogni contenuto caricato nei propri server, al fine di valutarne la liceità.

Per tale motivo si è ben pensato di introdurre uno strumento di azione in conseguenza di una segnalazione. Si è dunque spostato il controllo da una forma ex ante (prima del caricamento), ad un controllo ex post rispetto al caricamento, tramite la segnalazione degli utenti.

La norma citata prevede infatti che l’hosting non deve essere ritenuto responsabile per i contenuto caricati illecitamente, a meno che questi non sia effettivamente al corrente dell’attività illecita operata dall’utente, o, se posto a conoscenza dell’attività illecita perpetrata, non agisca prontamente alla rimozione dei contenuti o ad inibirne l’accesso.

Anche la più recente giurisprudenza ha confermato tale principio. Secondo una recente previsione di merito, posto che l’hosting provider si limita ad offrire ospitalità sui propri server ad informazioni fornite dal pubblico degli utenti, può essere riconosciuta la sua responsabilità per il contenuto diffamatorio delle pubblicazioni solo nel caso in cui, venuto a conoscenza di fatti illeciti su espressa comunicazione delle autorità competenti, non si attivi per rimuovere le informazioni illecite.

Si deve pertanto escludere la responsabilità oggettiva dell’Hosting, non potendosi imporre forme di controllo nei confronti dell’uso indiscriminato da parte di un numero indeterminato di persone della piattaforma telematica1.

Ciò anche in attuazione dell’art. 15 della medesima direttiva, che prevede l’assenza di un obbligo generico di sorveglianza in capo all’hosting provider.

I possibili abusi

Tale strumento si presta tuttavia all’esercizio di molti abusi, vista la semplicità di accesso allo strumento di tutela. Infatti, chi ritenga leso un proprio diritto potrà agire mediante una semplice richiesta diretta all’hoster, il quale valuterà questa mediante un’analisi sommaria del diritto del richiedente.

Ricordiamo, infatti, che la prima verifica di liceità del contenuto immesso è fatta dall’operatore che offre il servizio di hosting, il quale dovrà valutare l’esistenza o meno di un diritto e quindi la liceità dell’utilizzo del contenuto da parte del soggetto che l’ha immesso online.

Può infatti accadere che vi siano molteplici richieste di rimozione di contenuti fatte senza titolo, più o meno in mala fede. Per come congegnato, infatti, lo strumento di Notice and Take Down apre le porte a molte pratiche di concorrenza sleale tra imprese.

Pensiamo ad esempio ad un’azienda che, volendo richiedere la rimozione di uno specifico contenuto, faccia richiesta diretta al fornitore di un servizio di hosting sostenendo sia violato un proprio diritto IP. La valutazione della violazione o meno del contenuto sarà lasciata in capo al fornitore del servizio, che, alla luce dei dati forniti, dovrà decidere sul punto.

Un ulteriore problema potrebbe essere quello del cospicuo numero di falsi positivi, dovuti dalla facilità di ricorso alla procedura e dall’assenza di costi per chi fa istanza. E’ il caso della recente richiesta di Total Wipes (a cui tuttavia si applica la disciplina del DMCA americano, ma che a noi torna utile ai fini di questa disamina), la quale ha richiesto la rimozione da parte di Google di ben 95 siti, tra cui quello di Ubuntu, quello di Python, quello di LibreOffice, i quali avrebbero condiviso gratuitamente contenuti protetti da diritto d’autore. L’istante si è giustificata sostenendo che si è trattato di un Bug nell’invio della richiesta.

Tale richiesta è stata rifiutata, ovviamente. Ma lascia intendere quale sia la mole di lavoro che passa sotto gli occhi del fornitore del servizio di hosting, richiedendo a questo di esprimere giudizi di valutazione circa la liceità o meno dei contenuti. Arrogandosi sempre il diritto, ma anche il rischio, di decidere quali contenuti possano o non possano essere caricati e liberamente condivisi.

Ricordiamo inoltre che il fornitore del servizio di hosting avrà l’obbligo di rimuovere il contenuto solo laddove questo sia illecito. Dovrà pertanto effettuare una valutazione sommaria dell’esistenza del diritto in base a quanto allegato alla richiesta e, nel caso in cui il contenuto sia ritenuto illecito o in violazione dei diritti del richiedente, procedere alla rimozione dello stesso. Il problema è che il fornitore di servizi, laddove decida di non rimuovere il contenuto, potrebbe incorrere in co-responsabilità con l’utente autore dell’illecito. Pertanto sarà sempre portato a dare attuazione alle richieste pervenute, al fine di evitare ogni forma di possibile responsabilità.

Da ultimo, si ricorda che in ogni caso la parte finale dell’articolo 14 citato, prevede che tale procedimento non sia sostitutivo del ricorso all’Autorità Giudiziaria (il giudice). Nel caso in cui il fornitore di servizi osti alla rimozione del contenuto, il soggetto che ritenesse leso il proprio diritto potrà fare ricorso all’Autorità competente per far valere lo stesso. In particolare decidendo di radicare un procedimento cautelare, che si concluderebbe con un ordine del Giudice a rimuovere il contenuto in questione (ovviamente laddove si concretino i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora).


  1. Trib. Roma, 09/07/2014; 

Info sull'Autore

Andrea Rinaldo

Laureato in Giurisprudenza ed appassionato di informatica. Mi occupo di proprietà intellettuale, industriale, privacy ed ICT.

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